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	<title>Crisi &#38; Sviluppo @ Manageritalia &#187; Leggi e Regolamenti</title>
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	<description>Oltre la crisi, per cogliere opportunità e sviluppo</description>
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		<title>Manager: superiamo l&#8217;articolo 18</title>
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		<pubDate>Fri, 03 Feb 2012 08:51:38 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Quasi 1.000 manager intervistati da Manageritalia ci hanno detto che la riforma del mercato del lavoro è necessaria per modernizzare il Paese e sostenere la crescita. L’articolo 18 non è un tabù, i lavoratori si tutelano aiutandoli a sviluppare professionalità e competenze! La maggioranza dei manager nei confronti dell’articolo 18 ha un atteggiamento laico. Infatti, dicono [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2012/02/articolo-18.gif"><img class="alignleft size-medium wp-image-2141" title="articolo-18" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2012/02/articolo-18-192x300.gif" alt="" width="192" height="300" /></a>Quasi 1.000 manager <a href="http://www.manageritalia.it/export/sites/it.manageritalia/content/download/Informazione/Indagine_Manageritalia_Lavoro_art_18_22gen2012.pdf">intervistati da Manageritalia </a>ci hanno detto che la riforma del mercato del lavoro è necessaria per modernizzare il Paese e sostenere la crescita. L’articolo 18 non è un tabù, i lavoratori si tutelano aiutandoli a sviluppare professionalità e competenze!</p>
<p><strong>La maggioranza dei manager nei confronti dell’articolo 18 ha un atteggiamento laico</strong>. Infatti, dicono che non è sicuramente l’esistenza dell’articolo 18 che impedisce alle aziende di assumere e all’occupazione di aumentare (61,7%, 32,4% molto 29,3% abbastanza d’accordo). Così come pensano che comunque l’articolo 18 e le logiche sottostanti siano negative per le aziende, ma soprattutto per i lavoratori che a fronte del mantenimento del posto rischiano di avere un danno a livello professionale, fisico e psicologico (53,3%, 19,3% molto e 34% abbastanza d’accordo).</p>
<p><strong>Questa visione laica dell’articolo 18 non si motiva con un disinteresse per i diritti dei singoli, ma deriva da quella che secondo i manager deve essere la moderna tutela del lavoro</strong>. Infatti, si dice che oggi sempre più spesso la competizione mette le aziende di fronte all’obsolescenza di alcune professionalità e alla rapida sostituzione con altre e questo problema va gestito a livello di sistema cioè con una riforma del lavoro complessiva (86,4%, 48,1% molto e 38,3% abbastanza d’accordo).</p>
<p><strong>Proprio per questo i manager affermano che nell’attuale contesto economico bisogna difendere non il posto di lavoro, ma il lavoro e la professionalità delle persone</strong> e quindi parti sociali e politica devono ripartire da qui (88,2%, 49,8% molto e 38,6% abbastanza d’accordo).</p>
<p>Allora il problema e la tutela degli individui deve essere gestita a livello di sistema. Dalle aziende che hanno il compito di assicurare per quanto possibile ai propri collaboratori una continua crescita professionale con opportunità di riconversione della professionalità verso le nuove esigenze (90%, 48,1% molto e 41,9% abbastanza). Dal sindacato che deve aiutare i lavoratori a difendere non il posto di lavoro, ma la loro professionalità (76%, 41,2% molto e 34,8% abbastanza). Dagli stessi lavoratori che, aiutati da sindacati e aziende, devono curare il loro sviluppo professionale (83,4%, 42,9% molto e 40,5% abbastanza). A conferma di tutto ciò negano con forza che i singoli possano essere abbandonati a se stessi, dal sistema, dalle aziende e dai sindacati, nel difficile compito di curare il loro sviluppo professionale (60%, 42,9% poco e 17,1% per niente d’accordo).</p>
<p>Insomma, <strong>una visione più al passo con i tempi che si fonda sulla difesa non del posto di lavoro, ma del lavoro e della professionalità delle persone</strong>. Un cambiamento che non vuol dire meno sindacato o meno tutele, ma piuttosto più adatti al contesto.</p>
<p>Sulla riforma del lavoro vi segnaliamo anche l&#8217;<a href="http://video.corriere.it/brava-fornero-ma-piu-coraggio/daec0c08-4cbd-11e1-8838-1be80b480ae6">intervista di Daniele Manca a Roger Abravanel sul Corriere.it</a>.</p>
<p><strong>Si può non essere d’accordo con l&#8217;opinione dei manager e con quella dei commentatori più onesti, in grado di osservare in modo lucido la realtà delle nostre aziende e di un mercato del lavoro che sta inesorabilmente cambiando?</strong></p>
<p>&nbsp;</p>
<p>&nbsp;</p>
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		<title>Liberalizzazioni: i manager dicono di sì, ora avanti con le altre priorità</title>
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		<pubDate>Tue, 24 Jan 2012 08:53:53 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Cosa pensano i manager delle liberalizzazioni, tema caldo di questi giorni? Gli 840 dirigenti e quadri intervistati via web da AstraRicerche per Manageritalia tra il 17 e il 18 gennaio sono favorevoli alle liberalizzazioni di settori e professioni e le ritengono importanti (85,9%, molto importanti 57,1% e abbastanza importanti 28,8%) per riprendere a crescere. Ma [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong><a href="http://www.repubblica.it/economia/2012/01/21/news/liberalizzazioni_i_manager_controcorrente_le_vere_riforme_burocrazia_e_spesa_pubblica-28534958/">Cosa pensano i manager delle liberalizzazioni</a>, tema caldo di questi giorni? Gli 840 dirigenti e quadri intervistati via web da AstraRicerche per Manageritalia tra il 17 e il 18 gennaio sono favorevoli alle liberalizzazioni di settori e professioni e le ritengono importanti (85,9%, molto importanti 57,1% e abbastanza importanti 28,8%) per riprendere a crescere.</strong> Ma questo non basta e non è neppure al primo posto nelle cose da fare. Ancor prima i manager indicano quali condizioni sono necessarie per lo sviluppo: tagliare la spesa pubblica (95%, 85% molto e 10% abbastanza d’accordo), supportare e incentivare R&amp;D e innovazione (96,2%, 71,7% molto e 24,5% abbastanza d’accordo), migliorare tempi e modi della giustizia civile (91%, 70,5% molto e 20,5% abbastanza d’accordo), semplificare e abbattere costi di incombenze amministrative e burocratiche delle aziende e dei cittadini (92,6%, 69,5% molto e 23,1% abbastanza d’accordo), diminuire il costo del lavoro abbassando le tasse su dipendenti e imprese (92,9%, 61,9% molto e 31% abbastanza d’accordo), attuare un collegamento strutturale tra formazione scolastica (diplomi professionali e università) e aziende (92,4%, molto 58,1% e 34,3% abbastanza d’accordo). A seguire, dopo le liberalizzazioni, troviamo: investire in infrastrutture (95,7%), sviluppare una politica industriale tesa a supportare i settori portatori di valore aggiunto oggi e soprattutto in futuro (92,8%) e finanziare solo i settori che hanno futuro (78,3%).</p>
<p><strong>«I manager» dice Guido Carella, presidente Manageritalia (<em>vedere l&#8217;intervista sotto a SkyTg24</em>) «hanno voglia, come ci manifestano da tempo nei modi più svariati, di dire la loro e di contribuire a cambiare il Paese per tornare a crescere in modo strutturale.</strong> Come abbiamo visto ritengono le privatizzazioni importanti, anche se, dicono, ci sono altri aspetti che lo sono ancora di più. In ogni caso, visto che subiscono sulla loro pelle quotidianamente, come manager e come cittadini, tantissimi di questi vincoli chiedono a gran voce di procedere spediti con le liberalizzazioni, ma anche e soprattutto con tagli della spesa pubblica e miglioramento di giustizia e burocrazia e abbattimento di costo del lavoro e de troppi “monopoli” sia a livello professionale che settoriale. Sia chiaro, liberalizzare non è positivo in sé e per sé, ma soprattutto non vuole e non può dire arrivare a una deregulation selvaggia. In generale, deve portare ad aumentare la concorrenza a vantaggio dei consumatori e degli operatori più capaci che potrebbero trovare slancio e nuova linfa in un settore più concorrenziale. Deve creare più spazio per i giovani, per chi ha competenze e capacità da mettere in campo in un vero regime di libera concorrenza e un indubbio vantaggio per i cittadini e consumatori. La liberalizzazione è d’altronde in atto da anni anche nel mondo del lavoro dipendente e già oggi, pur permanendo ancora parecchie regole e norme del passato, di fatto abbiamo un lavoro che cambia più volte nell’arco del ciclo di vita degli individui per professionalità, azienda, tipo di contratto ecc. Un lavoro a fronte del quale alcune vecchie tutele non hanno più senso e anzi rischiano di lasciare i singoli nella falsa illusione di avere un posto sicuro che prima o poi viene invece inesorabilmente smentita dai fatti, senza che siano preparati a gestirli. Un lavoro che anche qui si deve basare sempre più sul merito. Certo, in questo come in tutti gli altri casi, dobbiamo accompagnare il cambiamento supportando le persone con incentivi, strumenti e programmi volti ad aiutare, accompagnare e spingere al cambiamento. Ma cambiare è indispensabile per gli individui e la collettività».</p>
<p><strong>E voi? Cosa pensate del decreto legge sulle liberalizzazioni? Quali sono le priorità per far tornare a crescere il nostro paese?</strong></p>
<p><iframe src="http://www.youtube.com/embed/yemI43FNuPE?rel=0" frameborder="0" width="400" height="301"></iframe></p>
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		<title>Email dopo il lavoro? In Brasile scattano gli straordinari</title>
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		<pubDate>Fri, 20 Jan 2012 08:58:51 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Rispondere alle email fuori dall’orario di lavoro capita a tutti e per i manager è, di fatto, la norma. Eppure il Brasile, paese dall’economia in forte sviluppo, tanto da far parte della sigla Bric insieme a Russia, India e Cina, ha lanciato in questi giorni un segnale a tratti sconcertante . Il presidente Dilma Rousseff [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2012/01/smartphone.jpg"><img class="alignleft size-medium wp-image-2076" title="smartphone" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2012/01/smartphone-300x168.jpg" alt="" width="300" height="168" /></a>Rispondere alle email fuori dall’orario di lavoro capita a tutti e per i manager è, di fatto, la norma. Eppure il Brasile, paese dall’economia in forte sviluppo, tanto da far parte della sigla Bric insieme a Russia, India e Cina, ha lanciato <a href="http://www.corriere.it/esteri/12_gennaio_15/burchia-brasile-email-dopo-lavoro-straordinari_86431324-3f8c-11e1-8779-a112fb36ee96.shtml">in questi giorni un segnale a tratti sconcertante </a>. Il presidente Dilma Rousseff ha attirato ancora una volta l’attenzione internazionale per aver emanato da poco una legge sugli smartphone, secondo la quale i lavoratori che rispondono alle email dopo l’orario di lavoro hanno il diritto di chiedere la retribuzione degli straordinari. Tra le prime reazioni dal mondo delle aziende, quella di <a href="http://www.nytimes.com/2011/12/24/business/volkswagen-curbs-company-e-mail-in-off-hours.html?_r=1">Volkswagen</a>: il server smetterà di inoltrare le mail 30 minuti prima dell’inizio della nuova giornata. Atos ha dichiarato di interrompere l’invio di email aziendali ai propri lavoratori a partire dal 2013. Iniziative che vanno in questa direzione anche da Deutsche Telekom e Henkel.</p>
<p><strong>Cosa ne pensate? Si tratta di una norma giusta, visto che l’attività di scrittura delle email è vero e proprio lavoro, oppure è un’esagerazione? E ancora, dovremmo o no tutti noi dare una graduatoria di importanza ai vari messaggi per staccare veramente con la mente? Ma per il lavoro manageriale tutto ciò ha poi senso? È realistico chiedere di sospendere questa attività o pagarla come extra?</strong></p>
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		<title>Parmalat, Bulgari…Ci scippano le imprese?</title>
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		<pubDate>Thu, 24 Mar 2011 13:51:43 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Oggi l’italianità delle imprese è un tema caldo. Certo, il più recente è il caso Parmalat, dove pare che nessun imprenditore o gruppo di questi sia stato capace di pensare e realizzare un progetto strategico capace di aggregare più marchi per fare un gruppo più dimensionato e in grado di competere sui mercati globali (lo [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">Oggi <strong>l’italianità</strong> delle imprese è un tema caldo. Certo, il più recente è il <strong>caso Parmalat</strong>, dove pare che nessun imprenditore o gruppo di questi sia stato capace di pensare e realizzare un progetto strategico capace di aggregare più marchi per fare un gruppo più dimensionato e in grado di competere sui mercati globali (lo stavano pensando tardi e altri li hanno preceduti).</p>
<p style="text-align: justify;">Prima ancora c’è stato il caso <strong>Bulgari</strong>, acquisita da <strong>LVMH</strong>, dopo inutili tentativi da parte dell’AD <strong>Trapani</strong> di trovare un partnership nella penisola.<br />
Insomma, proprio nei pochi settori dove abbiamo <strong>“gioiellini”</strong> (lusso e moda, alimentare ecc.) stiamo perdendo pezzi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/03/parmalat.jpg"><img class="size-medium wp-image-1333     aligncenter" title="parmalat" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/03/parmalat-300x225.jpg" alt="" width="300" height="225" /></a><br />
<span id="more-1331"></span>Il dibattito è aperto e ha varie sfaccettature: dobbiamo difendere l’italianità con la capacità di fare gruppo e avere strategie vincenti, dobbiamo avere un aiutino dalle leggi o dobbiamo lasciare che il mercato agisca liberamente?<br />
<a href="http://www.lavoce.info/articoli/-300parole/pagina1002220.html" target="_blank"><strong>Alcuni dati </strong></a>paiono dire che non è che siamo così invasi, anzi l’investimento in Italia pare minore di quello in altri  paesi proprio per la<strong> nostra incapacità di attrarlo</strong>.</p>
<p style="text-align: justify;">Insomma, dobbiamo difenderci? E come? Dobbiamo essere capaci di coagulare capitali e idee di imprenditori e banche nazionali (ma ne siamo capaci?) o <strong>dobbiamo lasciare che il mercato faccia il suo corso?<br />
</strong></p>
<p style="text-align: justify;">Certo che alla fine pare di capire che salvo rarissime eccezioni (ad esempio <strong>Autogrill</strong> o <strong>Luxottica</strong>) da noi si viene a “rapinare” (la <strong>Parmalat</strong> ha un buon business e un sacco di soldi in pancia) quel poco di eccellente che c’è e noi non siamo capaci di andare all’estero. Non è forse ora di mostrare gli “attributi” (idee, strategie, investimenti) se ce li abbiamo?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>La giustizia va a puttane?</title>
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		<pubDate>Thu, 03 Feb 2011 11:19:04 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Pizzoglio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[La mia azienda è impegnata sul fronte legale in un&#8217;azione civile (ingiunzione di pagamento per un credito non onorato) che credo accomuni molti dei partecipanti al blog e una più penosa azione penale (per la quale ovviamente non posso dare alcun dettaglio). I costi legali, la complessità di raccolta della documentazione e i tempi di [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p style="text-align: justify;">La mia azienda è impegnata sul fronte legale in un&#8217;azione civile (ingiunzione di pagamento per un credito non onorato) che credo accomuni molti dei partecipanti al blog e una più penosa azione penale (per la quale ovviamente non posso dare alcun dettaglio).<br />
I costi legali, la complessità di raccolta della documentazione e i tempi di risposta del sistema giudiziario sono assolutamente sproporzionati. I tempi dell’azione penale poi sono incredibilmente e inverosimilmente lunghi.</p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/02/giustizia-martello_61370.jpg"><img class="size-medium wp-image-1202 aligncenter" title="giustizia-martello_61370" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/02/giustizia-martello_61370-300x238.jpg" alt="" width="300" height="238" /></a></p>
<p style="text-align: justify;"><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2011/02/giustizia-martello_61370.jpg"></a><strong>L’impossibilità di incassare un credito per un lavoro svolto </strong>sul quale non esistono contestazioni di merito, e la lentezza nel procedere contro chi ha commesso una violazione penale contro l’azienda sono elementi che rientrano nella perdita di efficienza e di produttività, esattamente come i ritardi dei treni, le difficoltà logistiche ecc…</p>
<p style="text-align: center;"><span id="more-1201"></span></p>
<p style="text-align: justify;">Come tutti sono stato costretto dai media a seguire la surreale vicenda dell&#8217;infinita querelle tra B. e la magistratura. Non ho alcuna opinione a riguardo (o meglio ce l’ho, ma non la condivido in questa arena) ma da uomo d’azienda che ha bisogno della giustizia come di un servizio vorrei che procedesse sempre con <strong>la velocità, la solerzia, la meticolosità con cui si procede in quest’indagine</strong>.<br />
Insomma, senza sapere di chi è la colpa di questo malcostume tutto italiano, mi piacerebbe che si avesse un po’ più di considerazione per le esigenze di servizio “giustizia” di cittadini e imprese (soggetti fiscali che pagano tasse).</p>
<p style="text-align: justify;">C’è un’azienda, un manager, <strong>qualcuno che può raccontarmi una “best practice” di un’ingiunzione andata a buon fine</strong>, o di altri casi in cui la giustizia (civile o penale) abbia davvero funzionato come servizio?</p>
]]></content:encoded>
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		<title>Prassi, etica, legalità: i confini per i comportamenti del manager</title>
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		<pubDate>Mon, 26 Apr 2010 07:59:33 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Simone Pizzoglio</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Un anno fa, su questo blog, nel pieno del primo frangente della crisi (non che sia finita, ma forse ci siamo abituati…) scrivevo un post “verso nuovi orizzonti valoriali” dove mi immaginavo una rinnovata attitudine verso una maggiore attenzione a ritrovati valori di correttezza, sostenibilità, ricerca della felicità. Cos’è rimasto dopo un anno di questa [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Un anno fa, su questo blog, nel pieno del primo frangente della crisi (non che sia finita, ma forse ci siamo abituati…) scrivevo un post  “<strong><a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2009/05/verso-nuovi-orizzonti-valoriali/" target="_blank">verso nuovi orizzonti valoriali</a></strong>” dove mi immaginavo una rinnovata attitudine verso <strong>una maggiore attenzione a ritrovati valori di correttezza, sostenibilità</strong>, ricerca della felicità.</p>
<p style="text-align: center;"><img class="size-medium wp-image-780  aligncenter" title="Etica" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2010/04/etica-268x300.jpg" alt="" width="268" height="300" /></p>
<p>Cos’è rimasto dopo un anno di questa sensazione? Se da un lato vedo un’attenzione al fenomeno del <a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2010/01/downshifting-la-nuova-moda-dei-manager/" target="_blank"><strong>downshifting</strong></a> e quindi dell’abbandono, della rinuncia (anche questo oggetto di un precedente <a href="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2010/01/downshifting-la-nuova-moda-dei-manager/" target="_blank">post</a>), dall’altro osservo in questi ultimi mesi comportamenti da parte di manager degni dei peggiori elementi della “<strong>greed economy</strong>” e all’opposto dell’auspicato nuovo orizzonte valoriale&#8230;</p>
<p><span id="more-779"></span></p>
<p>In ogni comportamento professionale (ma mi spingerei a dire sociale) credo ci siano tre livelli rispetto all’agire: il primo, che chiamo di <strong>prassi</strong>, è il comune modo di fare della business community a cui si appartiene e rappresenta, la “<strong>moda</strong>” (in senso statistico) dei comportamenti delle persone e dei manager. Capita talvolta che qualcuno si muova fuori da questa moda, per questo esistono (spesso, come ad esempio nel settore in cui lavoro) dei <strong>codici etici o deontologici </strong>(il secondo livello) che indicano il quadro di riferimento comportamentale minimo al quale ci si deve attenere, il cui superamento dovrebbe sancire censura, perdita di reputazione e credibilità e in qualche caso la messa ai margini della propria comunità professionale. Infine, quando si va oltre esiste la <strong>legge</strong> (terzo e ultimo livello), che tutela i casi più gravi di “allontanamento” dalla prassi, che danneggiano i propri colleghi, la propria azienda, ma anche i clienti e il mercato.</p>
<p><strong>Negli ultimi mesi ho osservato</strong>, come mai prima d’ora,  molti episodi, che per intensità, numero e gravità mi hanno messo a confronto con <strong>superamenti della prassi e dell’etica, fino ad arrivare a calpestare pure la legge</strong>.</p>
<p>Ne voglio raccontare due, per meglio testimoniare i fatti e capire se e quanti altri colleghi manager hanno avuto simili problemi. Come si dice nei film, ogni riferimento a fatti e persone è puramente casuale e questi racconti sono frutto della mia fantasia e servono per meglio spiegare come in questo anno io abbia osservato un progressivo allontanamento dai valori positivi anziché l’avvicinamento che auspicavo un anno fa.</p>
<p>Il primo riguarda <strong>l’uso spregiudicato dei fornitori da parte di un cliente che non solo non ha pagato le fatture, ma si spinge a non pagare fino al definitivo pronunciamento del tribunale e al pignoramento,</strong> per poi cercare una transazione: in questo caso il cliente è uscito dalla propria associazione di categoria (abbandonando implicitamente il codice etico), ma il sistema legale non ha davvero tutelato i creditori, che devono aspettare in Italia mediamente 2 anni per recuperare una parte del proprio credito. Spesso ho difficoltà di incasso, ma mai avevo finora visto un tale approccio scientifico al mancato pagamento dei fornitori, eretto a vero e proprio modello di business.</p>
<p>Il secondo, che più investe la categoria dei manager, è di poche settimane fa. Un manager, <strong>un key account, lascia dopo dieci anni l’azienda in modo improvviso, rifiutandosi di fare qualsiasi periodo di preavviso, riconsegnando il pc completamente vuoto</strong>. Comportamento non condivisibile ma legittimo  e concesso dalla legge certo. Naturalmente la cosa avviene a cavallo del rinnovo del contratto del suo unico grande cliente. L’ambiente è piccolo e presto si scopre che va a lavorare per un colosso del settore, un’azienda 20 volte più grande della sua. Dopo pochi giorni 2 suoi collaboratori danno le dimissioni con effetto immediato, rifiutando il preavviso che avrebbe consentito un passaggio di consegne. Vi lascio immaginare l’effetto su una piccola azienda.  La cosa continua con un continuo attacco con offerte a molti altri dipendenti, che a fronte di un nuovo contratto devono però lasciare immediatamente l’azienda. È certamente legittimo (e anche salutare) cambiare azienda, ma credo che il periodo di preavviso sia stato istituito per tutelare entrambi le parti (lavoratore e azienda).</p>
<p>Ecco, questi due comportamenti che voglio portare ad esempio: <strong>sono secondo voi semplicemente irrituali</strong> (lontani dalla prassi) oppure <strong>fuori dal codice etico</strong> o anche<strong> fuori dalla legalità</strong> (esiste il concetto legale di concorrenza sleale o di truffa)? Vorrei parlarne su questo blog, perché credo sia un tema importante per la comunità dei manager italiani affrontare apertamente questi temi nella nostra nazione troppo spesso popolata da “<strong>furbi</strong>”.</p>
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		<title>È giusto oscurare la rete?</title>
		<link>http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2009/12/e-giusto-oscurare-la-rete/</link>
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		<pubDate>Thu, 17 Dec 2009 15:39:21 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Enrico Pedretti</dc:creator>
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		<description><![CDATA[Pare che il Governo e nello specifico il Ministro Maroni vogliano tarpare le ali al web (anche se sembra che tutto rientri in un disegno di legge e non più in un decreto legge, vedi Ansa). Fuori da ogni schieramento e schierarsi politico, io penso che sia un modo sbagliato per contrastare un fenomeno, l’incitamento [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><img class="alignnone size-full wp-image-635" title="oscurare_internet" src="http://crisiesviluppo.manageritalia.it/wp-content/uploads/2009/12/oscurare_internet.jpg" alt="oscurare_internet" width="250" height="185" /></p>
<p>Pare che il Governo e nello specifico il <a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Roberto_Maroni">Ministro Maroni</a> vogliano tarpare le ali al web (anche se sembra che tutto rientri in un disegno di legge e non più in un decreto legge, <a href="http://www.ansa.it/web/notizie/rubriche/politica/2009/12/17/visualizza_new.html_1647130190.html">vedi Ansa</a>). Fuori da ogni schieramento e schierarsi politico, io penso che sia <strong>un modo sbagliato per contrastare un fenomeno</strong>, l’incitamento alla violenza, che è deprecabile, condannabile e da perseguire.<br />
Ma qui sta il punto, come ha ben detto ieri <a href="http://www.corriere.it/politica/09_dicembre_16/severgnini-regole-internet_10bfe942-ea0c-11de-8d37-00144f02aabc.shtml" target="_blank">Severgnini su Corsera</a>, non possiamo combattere e oscurare i mezzi, visto che la rete è un mezzo, ma invece combattere, perseguire e assicurare alla giustizia i soggetti che fanno un uso improprio del mezzo. Perché limitare il mezzo vorrebbe dire limitare tutti e questo sarebbe un danno per la libera circolazione delle idee e per lo sviluppo della rete ecc.<br />
Che dite?</p>
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		<title>Manageritalia fa sentire la voce dei dirigenti</title>
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		<pubDate>Thu, 01 Oct 2009 14:25:20 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Economia&finanza]]></category>
		<category><![CDATA[Lavoro]]></category>
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		<description><![CDATA[Manageritalia fa sentire la voce dei dirigenti e rafforza il suo ruolo di componente sociale per le sorti del paese. Lo fa con una lettera al ministro del Welfare Sacconi e una campagna di comunicazione  sui principali quotidiani economici oggi e nei prossimi giorni. La proposta vuole ricostruire un clima di fiducia nel mondo del [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Manageritalia fa sentire la voce dei dirigenti e rafforza il suo ruolo di componente sociale per le sorti del paese. Lo fa con una <a href="http://manageritalia.it/content/download/Societa/Lettera_Governo_300909.pdf" target="_blank"><strong>lettera</strong></a><strong> al ministro del Welfare Sacconi e una </strong><a href="http://manageritalia.it/content/download/Societa/Annuncio_Pubblicitario_Mit.pdf" target="_blank"><strong>campagna di comunicazione </strong></a><strong> sui principali quotidiani economici oggi e nei prossimi giorni.</strong></p>
<p>La proposta vuole ricostruire un clima di fiducia nel mondo del lavoro, <strong>migliorando i rapporti tra le imprese e i propri collaboratori</strong>, a tutto vantaggio della produttività, dell&#8217;aumento delle retribuzioni e dei consumi e della competitività del sistema paese.<br />
In pratica <strong>si chiede di agire sulla retribuzione variabile per tutti i redditi da lavoro dipendente</strong> (attualmente la legge prevede un tetto a 35mila euro lordi) <strong>riducendo la tassazione al 10%</strong>, su una quota massima del 10% della retribuzione totale, per un importo massimo di 10mila euro lordi.</p>
<p>Una misura facile da attuare. Sostenibile economicamente e finanziabile, attingendo a parte di quanto il Governo prevede di incassare dalla tassazione del 5% sul rientro dei capitali previsto dall&#8217;operazione scudo fiscale. <strong>Un vantaggio per il sistema, per le aziende e per tutti i lavoratori dipendenti</strong>: a fronte di un reale contributo ad aumentare i risultati raggiunti e quindi la produttività potrebbero fruire, grazie alla minore tassazione, di un maggior netto in <a href="http://manageritalia.it/news/1/30_09_2009_lavoro_proposta_manageritalia.htm" target="_blank">busta paga</a>.</p>
<p>Con questa proposta <strong>Manageritalia lancia un forte segnale e dimostra la capacità della dirigenza di partecipare all&#8217;attuazione di quei grandi processi di cambiamento di cui il mondo del lavoro e i modelli retributivi attuali hanno urgente bisogno.</strong> I classici due piccioni con una fava. Voi cosa ne pensate?</p>
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		<title>Gli incentivi all’imprenditoria</title>
		<link>http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2009/09/gli-incentivi-all%e2%80%99imprenditoria/</link>
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		<pubDate>Mon, 14 Sep 2009 12:52:01 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
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		<category><![CDATA[Opportunità e Sviluppo]]></category>
		<category><![CDATA[agevolazioni pubbliche]]></category>
		<category><![CDATA[finanziamento]]></category>
		<category><![CDATA[imprenditorialità giovanile]]></category>
		<category><![CDATA[incentivi]]></category>

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		<description><![CDATA[Numerose sono le agevolazioni pubbliche per l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, di fonte nazionale, regionale e comunitaria; molte Amministrazioni regionali, ad esempio, hanno previsto interventi di sostegno alla creazione di nuove imprese, spesso con riferimento all’imprenditorialità giovanile, a volte invece con una connotazione più generale. È questo il caso della Legge regionale n. 1/2007 della [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p><strong>Numerose sono le agevolazioni pubbliche per l’avvio di nuove iniziative imprenditoriali, di fonte nazionale, regionale e comunitaria</strong>; molte Amministrazioni regionali, ad esempio, hanno previsto interventi di sostegno alla creazione di nuove imprese, spesso con riferimento all’imprenditorialità giovanile, a volte invece con una connotazione più generale.</p>
<p>È questo il caso della Legge regionale n. 1/2007 della Regione Lombardia, che ha creato strumenti finanziari di sostegno alla nuova imprenditorialità e per la creazione di nuove imprese con caratteristiche innovative. <strong>Molte Regioni</strong> poi, nella gestione dei Fondi strutturali comunitari, <strong>hanno indirizzato le risorse al finanziamento di nuove imprese con caratteristiche di innovazione, con particolare riferimento al settore della ricerca e sviluppo e a quello dell’energia e dell’ambiente.</strong></p>
<p>Esistono inoltre strumenti derivanti da disposizioni nazionali: accanto ai tradizionali strumenti volti ad incentivare la nuova imprenditorialità giovanile, <strong>segnaliamo, in particolare, il recentissimo varo degli incentivi per lo start-up di impresa nei settori della ricerca e dell’innovazione tecnologica</strong> (L. 46/82, cofinanziata – per le regioni del Mezzogiorno – dai Fondi strutturali dell’Unione europea).</p>
<p><strong>Tutte le informazioni in merito agli incentivi</strong>, costantemente aggiornate, sono facilmente accessibili e ricercabili sulla Banca dati Eolo, <strong>realizzata da Europroject (</strong><a href="http://www.europroject-online.it" target="_blank">www.europroject-online.it</a><strong>) e messa a disposizione gratuitamente di tutti gli associati a Manageritalia dall’area riservata del sito</strong> (<a href="http://www.manageritalia.it" target="_blank">www.manageritalia.it</a>).</p>
<p>Parliamone e cerchiamo di trarne vantaggio in tutti i modi possibili. <strong>Anche questa è una strada per andare verso crescita e sviluppo.</strong></p>
<p>Alcuni esempi:</p>
<ul>
<li>Leggi statali: “Incentivi per l&#8217;innovazione tecnologica – Start-up di impresa” (L. 46/82 art. 14 e PON Ricerca) – finanziamenti agevolati, contributi in conto interessi, contributi a fondo perduto</li>
<li>Regione Campania: “Sostegno alla creazione e allo sviluppo delle microimprese” (Programma di Sviluppo Rurale mis. 312) &#8211; contributi a fondo perduto</li>
<li>Regione Emilia-Romagna: “Sostegno alla creazione di nuove imprese e ricambio generazionale” (Programma triennale per lo sviluppo delle attività produttive, mis. 4.2.A) – contributi in conto garanzia</li>
<li>Regione Friuli-Venezia Giulia: “Contributi per l&#8217;avvio di attività professionali e per l&#8217;avvio di forme associate o societarie” (L. R. 13/2004, artt. 9 e 11) &#8211; contributi a fondo perduto</li>
<li>Regione Friuli-Venezia Giulia: “Incentivi per lo sviluppo di nuove attività imprenditoriali” (L. R. 18/2005, art. 31) – contributi a fondo perduto</li>
<li>Regione Lazio: Interventi nel capitale di rischio delle PMI (L. R. 2/1985) – acquisizione di partecipazioni</li>
<li>Regione Lombardia: “Fondo di rotazione per nuove imprese innovative &#8220;fondo seed&#8221; e “Fondo di rotazione per l&#8217;imprenditorialità” (L. R. 1/2007) – finanziamenti agevolati</li>
<li>Regione Molise: “Contributi per progetti di start-up e spin-off di imprese innovative” (POR FESR mis. I.2.4) – finanziamenti agevolati, contributi in conto interessi, contributi a fondo perduto</li>
<li>Regione Toscana: “Fondo per l&#8217;innovazione imprenditoriale “Toscana Innovazione” (POR FESR mis. 1.4.a1) – acquisizione di partecipazioni</li>
<li>Provincia autonoma di Trento: “Fondo per il sostegno all&#8217;innovazione &#8211; Sostegno alla creazione di iniziative imprenditoriali mediante seed money” (L. P. 6/1999, art. 24 bis – POR FESR mis. 3.1) &#8211; –contributi a fondo perduto</li>
</ul>
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		<title>Il nuovo Ministero, porterà il turismo oltre la crisi?</title>
		<link>http://crisiesviluppo.manageritalia.it/2009/05/il-nuovo-ministero-portera-il-turismo-oltre-la-crisi/</link>
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		<pubDate>Fri, 08 May 2009 13:15:02 +0000</pubDate>
		<dc:creator>Redazione</dc:creator>
				<category><![CDATA[Crisi]]></category>
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		<category><![CDATA[turismo]]></category>

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		<description><![CDATA[Prima o poi arriva,  e oggi finalmente ci siamo.  Annunciato da una Adnkronos del 15 marzo e ribadito il 30 aprile da un news del consiglio dei ministri, Berlusconi ha ritirato fuori dal cestino l’idea di un nuovo Ministero del Turismo, dove era rimasto appallottolato dal voto di 28.528.528 di italiani, cioè l&#8217; 82,30% che avevano [...]]]></description>
			<content:encoded><![CDATA[<p>Prima o poi arriva,  e oggi finalmente ci siamo.  Annunciato da una Adnkronos del <a href="http://www.adnkronos.com/IGN/Economia/?id=3.0.3111306414" target="_blank">15 marzo </a>e ribadito il 30 aprile da un news del consiglio dei ministri, Berlusconi ha ritirato fuori dal cestino l’idea di un nuovo <strong>Ministero del Turismo</strong>, dove era rimasto appallottolato dal voto di 28.528.528 di italiani, cioè l&#8217; 82,30% che avevano votato l’abrogazione in occasione dei  Referendum del 1993. Vi ricordate? <strong>Oggi </strong><a href="http://www.ttgitalia.com/pagine/news_Michela_Brambilla_ministro_del_Turismo__oggi_la_nomina.aspx?id_news=248686&amp;idx=5&amp;L=IT" target="_blank"><strong>Michela Brambilla </strong></a><strong>giurerà al Quirinale come ministro del turismo.</strong></p>
<p>A distanza di anni da quelle vicende, alle quali incautamente avevo contribuito con il mio voto di protesta, ho maturato sempre di più la convinzione che più che <strong>la sola innovazione ICT</strong> (addio Olivetti, Italtel, Omnitel e poco altro ) non basta più per risollevare le sorti del Paese e che <strong>l’Italian people per sopravvivere</strong> in un’economia globale, deve anche <strong>eccellere in quello che storicamente gli riesce meglio</strong>: l’offerta di <strong>beni culturali e paesaggistici, food &amp; wine, product design</strong>.</p>
<p><span id="more-308"></span></p>
<p>Considero quindi buona la notizia che il governo è intenzionato a dedicare maggiori attenzioni al comparto del Turismo, che vale il 12% del pil e ben il 13% degli occupati in Italia. Sempre che non si riveli nel lungo periodo, la solita furbata da BelPaese, mirata a moltiplicare nuove incarichi e distribuire ricchi emolumenti.</p>
<p>Posso nel frattempo ribadire che più della metà dei viaggi sono riconducibili a missioni e trasferte? <strong>Auspico quindi che  Vittoria Michela Brambilla,</strong>  citata quale capo del nascente dicastero, dia un segnale di forte attenzione ai ceti produttivi, <strong>costituendo per la prima volta un Dipartimento per i Viaggi d’Affari</strong>, (light nella struttura) <strong>che si occupi di agevolare i milioni di manager</strong>,<strong> tecnici e sales  nelle loro trasferte e missioni di lavoro in giro per il mondo</strong>,<strong> rapportandosi con tutti gli attori coinvolti ( aeroporti, unità di crisi, autostrade, ferrovie, ministeri, etc) e magari trasferendo in Italia le best practices degli altri paesi.</strong></p>
<p> <br />
Redazione a cura di Mario Mazzei</p>
<p><a href="http://it.wikipedia.org/wiki/Referendum_abrogativi_del_1993"></a></p>
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