È da poco in libreria “Napoleone il comunicatore” (Egea), scritto dal giornalista e consulente in comunicazione Roberto Race. Lo ammetto, sono abbastanza prevenuto quando si parla del Bonaparte: non provo molta simpatia per questo protagonista ingombrante della storia (voi sì?), ma il tema mi ha incuriosito. Ho quindi telefonato a Race per fargli qualche domanda.
In che modo Napoleone può essere considerato un grande comunicatore?
Riuscì a vendere la sua immagine, a utilizzare e a condizionare l’opinione pubblica, rendendosi comunicatore di se stesso. La comunicazione per lui ricopriva un ruolo chiave, anticipando le tesi del Project Management Institute, secondo cui il 90 percento dell’attività di un project manager si risolve nel comunicare.
Iniziamo dalla comunicazione interna, con il suo esercito.
In battaglia ad esempio comunicava con i suoi soldati in modo diretto e mettendosi al loro stesso livello, a cominciare dall’uniforme che indossava. Condivideva i successi e valorizzava l’abilità dei suoi più stretti collaboratori, come gli ufficiali che lo accompagnarono nelle grandi campagne. Motivava e rafforzava il loro ruolo per la conquista dei territori. L’esercito si muoveva come un corpo unico, le direttive rivolte a un corpo d’armata erano comunicate anche agli altri. L’evolversi delle manovre diventava patrimonio di conoscenza dell’intera Armata.
All’epoca i blog non esistevano, ma coi mass media di allora ci sapeva fare.
Dal Memoriale di Sant’Elena ai bollettini stampati durante la campagna d’Egitto, Napoleone fece fiorire una produzione editoriale ricchissima attorno alla sua figura e a
chi gli stava vicino, dal suo valletto alle biografie dei grandi scrittori come Stendhal, fino ai saggi di oggi…
A Waterloo ci fu però una disfatta totale.
Napoleone è però con il Memoriale l’unico grande perdente che ha riscritto la sua storia.
I cinque consigli che Napoleone darebbe ai comunicatori di oggi?
Ovviamente ci metterò anche qualcosa di mio…. 1) Comunicate sempre con i vostri collaboratori, senza dare niente per scontato e mettendovi sul loro stesso piano, i manager spesso non raccontano quello che sta accadendo; 2) Concentratevi sugli stakeholder e portate gli intellettuali dalla vostra parte, senza censurare quello che si dice su di voi e la vostra azienda; 3) Informatevi, Napoleone leggeva i giornali degli altri paesi, oggi i leader non leggono e non stanno sempre sul pezzo; 4) Lavorate sull’opinione pubblica; 5) Nel momento in cui si presenta una grande criticità, raccontate ciò che è successo senza paura di essere giudicati.






Credo che ciascuno di noi almeno una volta nella vita abbia avuto a che fare con un eccellente o con un pessimo comunicatore. I guai nascono quando sia l’eccellente, sia il pessimo, lo sono inconsapevolmente. A titolo personale, ritengo che la comunicazione sia una disciplina, parte del più ampio “behaviourism” insegnato da 60 anni e passa in numerose Università americane. Quindi è materia che va studiata, sia per applicarla sia per “leggere” i comportamenyi altrui, da quelli inconsapevoli a quelli voluti. Alla larga, quindi, dai “comunicatori faii da te” e da quelli che giustificano la loro pessima capacità di comunicare con lo spocchioso “io sono fatto così”. Accanto a queste considerazioni, consentitemi un ricordo personale che riguarda l’efficacia della comunicazione. Ho avuto uno zio, morto quasi centenario, nato a Trieste, all’epoca città dell’Impero Austroungarico. Allo scoppio della prima guerra mondiale fu chiamato alle armi e finì in Marina, imbarcato sulla corazzata Viribus Unitis. Come è noto, la nave fu affondata nel 1916 nel porto di Pola da un attentato portato da quelli che oggi chiameremmo incursori della Marina Italiana. Ebbene, un giorno chiesi a mio zio come fosse il morale dell’equipaggio, quasi tutti triestini, istriani, dalmati di lingua italiana. Egli mi disse che il morale era altissimo e la gente era molto motivata. La ragione? La sera, in franchigia, i marinai di lingua italiana si trovavano insieme sulla tolda e cantavano canzoni popolari e arie d’opera. Ebbene, ogni sera arrivava l’Ammiraglio in capo delle Marina Austriaca, Comandante della nave, che si sedeva in mezzo a loro e ascoltava in silenzio. In un ambiente dalla proverbiale severità, la sua presenza era molto motivante: ognuno faceva volentieri il proprio dovere perchè aveva la sensazione di contare qualcosa anche per i capi. Niente di nuovo sotto il sole, direi.
28 giugno 2012 alle 12:10Bhe sicuramente Napoleone ha perso la guerra, ma ha vinto l’eternità e quindi deve esser stato per forza un ottimo comunicatore.
28 giugno 2012 alle 17:12Ottimi anche i consigli del post e certo comunicare richiede di avere competenze, conoscenze. Insomma, è una scienza, non è un hobby. E soprattutto richiede di avere chiari gli obiettivi che si hanno con la comunicazione, ma anche e soprattutto con quello che soggetto e/o oggetto della comunicazione. E troppi non li hanno, mentre Napoleone gli aveva eccome!