Siamo impantanati nella crisi, inutile nasconderlo.
Michele Monteleone, giudice delegato della Sezione fallimentare del Tribunale di Benevento, commentando la situazione del Sannio alla “Decima Giornata
dell’Economia” ha dichiarato: “Rispetto allo stesso periodo dello scorso anno il numero dei fallimenti è triplicato”, ma a peggiorare la situazione è il fatto che “la maggior parte degli imprenditori, prima di ammettere di essere in crisi, nicchia o si indebita fino al punto del non ritorno”.
Ad aggravare ancora di più la situazione di crisi c’è la difficoltà a dichiarare apertamente questo stato e la tendenza invece a perpetuare un ingannevole “va tutto bene”, che falsa la percezione della situazione e non permette di prendere precauzioni prima che sia troppo tardi, o decisione serene per cambiare rotta.
A ben pensarci questa difficoltà non riguarda solo le imprese e le istituzioni, ma è qualcosa di profondamente personale e la dimostrazione lampante ce l’ha recentemente data la vicenda della Costa Concordia, dove il comandante Schettino ha continuato fino all’ultimo a fare beatamente finta di niente… mentre la nave stava affondando. Senza reagire, senza cambiare atteggiamento. Allora viene da chiedersi: cosa c’è di così spaventevole nell’ammettere di aver sbagliato, di aver fallito? Cosa porta le persone a preferire di andare incontro al crollo definitivo pur di evitare quel momento?
Forse una spiegazione la possiamo trovare osservando le sfere dell’animo umano che si attivano in queste situazioni e che appartengono alla nostra dimensione profonda: la valutazione di sé, l’autostima, la propria immagine di fronte agli altri, la vergogna, il mostrarsi deboli e incapaci, la sensazioni di inadeguatezza e di inferiorità. Nel nominarle mi accorgo quanto questi temi siano quasi dei tabù, soprattutto in una società altamente competitiva come quella in cui viviamo, dove “quello che siamo è determinato da quello che sappiamo fare” (U. Galimberti “Psiche e Techne” Ed. Feltrinelli) e dove le competenze richieste sono sempre più numerose e sempre più elevate. In sostanza l’idea di Galimberti è che ci sono troppe aspettative su ciascuno di noi (sociali, lavorative, familiari ecc.) ed è per questo che andiamo nel pallone.
Le crisi, gli errori e le cadute potrebbero generare nuove possibilità, stimolare i cambiamenti e le evoluzioni più importanti: anzi esistono proprio per quello! Chiedere a qualunque startupper per credere. Se non sbagli non ci hai provato.
Ma quando le viviamo come eventi angoscianti da evitare a tutti i costi rischiano di renderci immobili. Evitandole, ci “pariamo l’ego”, ma diventiamo fermi e prima o poi ci blocchiamo.
E voi come vivete le vostre crisi, i vostri errori e fallimenti?





Viene voglia di leggere Psiche e Techne… è un bel tomo in effetti, potresti consigliarmi una lettura più agile su questo tema? Grazie!
21 giugno 2012 alle 12:01In effetti la tendenza a non ammettere le difficoltà ha origini ataviche, “i panni sporchi si lavano in casa”.
10 luglio 2012 alle 16:48A volte è mossa dalla ipersensibilità dei mercati, guardiamo allo spread e alla facilità con cui sale e scende al primo scivolone mediatico, al punto da portare tutti ad una forte autocensura. A mio parere è una questione di dimensioni, a livello individuale tutti sappiamo che “sbagliare è umano” e anzi permette di avanzare più velocemente, ma più le dimensioni crescono e meno l’errore viene accettato, impedendone in un certo modo anche l’attuazione di adeguate e tempestive contromisure.