Tema caldo di questi giorni è la crescita del divario tra i più ricchi e tutti gli altri. I dati ci dicono che c’è stato globalmente un crollo dei redditi medi dei ceti medi e bassi e un aumento di quelli, pochi, alti e anche che chi guadagna e possiede di più non è aumentato per numero ma solo per entità del guadagno, mentre gli altri hanno perso. In Italia questo è avvenuto ancora di più a tutto danno di chi non è ricco (ma chi sono i ricchi in Italia?), soprattutto negli ultimi 10 anni dei lavoratori dipendenti.
Ora il problema è complesso, la causa principale è per tanti rintracciabile nella globalizzazione che ha veramente messo in concorrenza tra loro, senza se e senza ma (non valgono più distanze, monete ecc.), tantissimi paesi, quelli più avanzati e quelli che stanno avanzando velocemente (Bric, Brics ecc.). Una concorrenza sui costi, che ha portato alle ben note delocalizzazioni, ma ormai anche su tecnologia, innovazione ecc. perché i Brics e non solo anche in questo sono forti. Il tutto senza considerare che è nei Brics che sta il futuro in termini di mercato, miliardi di consumatori che stanno neanche più tanto piano piano elevando il loro reddito ecc. diventando in minima parte (ma là sono centinaia di milioni) ricchi e molti di più classe media.
Il paradosso è che da noi la classe media non c’è più, o meglio c’è ma a livelli di reddito e vita si è notevolmente spostata in basso.
Per farla breve cosa fare? In Usa il dibattito è caldo e c’è chi dice come Friedman che la classe media deve aumentare conoscenze e non solo per produrre valore aggiunto e non combattere solo sul costo e chi non è d’accordo. Ma soprattutto se la classe media occidentale deve fare questo up grade e quella dei paesi in via di sviluppo è in fase di creazione non rischiamo di passare dalla lotta tra ricchi e poveri a quella della classe media al di là e al di qua della ormai inesistente linea di demarcazione tra chi è avanzato e chi si sta sviluppando? E allora?

Scuserete la lunghezza, ma il testo è del 2009…
27 gennaio 2012 alle 15:30La crisi, l’ottimismo, il futuro
3 luglio 2009
Molti, troppi, politici e analisti non ci dicono la verità sulla crisi.
E non lo fanno perché sono cattivi o non hanno capito (beh, qualcuno è anche cattivo e qualcuno non ha capito…), bensì perché una crisi “passeggera” si può pensare di risolverla con poche misure mentre una crisi “strutturale” avrebbe bisogno di misure ben più importanti, e complesse, da prendere.
Il problema non è, infatti, come sembra leggendo i quotidiani italiani e ascoltando i nostri politici, quando usciremo dalla crisi, intendendo, con crisi, tutto ciò che è successo dopo, per capirci, la “finanza creativa” degli speculatori USA su case e valori immobiliari in genere.
Quello è stato un momento duro, che ancora continua, ma lo possiamo paragonare ad una febbre alta che ha, però, normalmente, il vantaggio di farci scoprire la vera malattia; la febbre non è la malattia, ovvio.
Ma nella “crisi”, quella vera (che chiamiamo crisi ma che è, invece, come detto, “mutazione strutturale”) ci siamo dentro fino al collo ed è dovuta, principalmente, alla pressione crescente di masse di persone che, nell’est, nell’Africa e nell’America meridionale, vogliono lavorare, costano meno e, abbassando i prezzi e i margini consequenziali, ci “costringeranno”, ci piaccia o no, a cambiare il nostro modo di vivere.
Molti di questi paesi, peraltro, non esportano più solo manodopera bensì “importano” aziende che vengono delocalizzate dall’occidente.
Il nostro paese è uno dei meno presenti, anche se molte, e cresceranno, sono le aziende italiane che già hanno delocalizzato.
E qui non ci sono giudizi moralistici (gli industriali che “abbandonano” il loro paese sono cattivi e quelli che restano sono buoni, per esempio, qui spesso si tratta di decidere se continuare o se chiudere), qui si parla di condizioni materiali e, non ci sbagliamo, oltre ad essere un fenomeno assolutamente inarrestabile, sarebbe anche sbagliato tentare di arginarlo con misure sbagliate e momentanee.
Il meccanismo della “crisi strutturale” è molto semplice.
I prodotti, e i servizi, prodotti con un costo del lavoro come quello occidentale costano molto di più (e, ovviamente, più la componente forza lavoro è elevata all’interno della struttura di costo del servizio/lavoro e più questo problema si sente) e chi li produce in occidente si trova, se non si adegua, fuori dal mercato; tutto qui.
Non facciamo esempi ma, se ci pensate un po’, credo abbiate capito.
E chi si trova fuori mercato o abbandona, e la fabbrica si chiude, o abbassa i suoi prezzi di vendita, riducendo così anche i margini e trovandosi con meno soldi per le spese fisse e per gli investimenti; è, come ben si vede, un circolo vizioso dal quale non se ne esce se non con le ossa rotte.
Ecco qual è il vero problema.
Ed ecco come è evidente che le risposte non possono che essere strutturali, profondamente strutturali, tanto da far cambiare il modo di vita al quale siamo stati abituati fino a pochi anni fa dove pensavamo che ogni generazione sarebbe stata, per forza di cose, “meglio” (non dettagliamo il concetto di meglio…) della precedente (avete idea, en passant, di quanti pensionati aiutino, oggi, i loro figli, magari già sposati e con prole, a far quadrare il bilancio mensile?).
Non è nostro compito definire le misure strutturali che andrebbero prese, ma ci limitiamo a proporre tre grandi aree di ragionamento non più procrastinabili.
La prima.
Il sostegno “strategico” all’occupazione e alle aziende deve diventare il punto principale sul quale lavorare; senza lavoro non c’è né reddito, né vita, né futuro.
La seconda.
Dobbiamo prepararci, mentalmente, tutti, e qualcuno molto di più, a fare un grande “passo indietro” tenendo presente, però, che, in questa nostra società, ci sono persone che se fanno un ulteriore passo indietro, cadono nel baratro.
La terza.
Ragionare sulla struttura economico industriale del nostro paese per i prossimi 20/30 anni.
Il concetto di “ceto medio” è nato e si evoluto intorno ad un’idea di crescita culturale, alla quale hanno fatto seguito una maggiore assunzione di responsibilità, dinamismo professionale ed imprenditoriale, propensione al consumo e scelta di nuovi stili di vita.
8 febbraio 2012 alle 08:33Questo ceto medio ha tuttora, anche in Italia, grandi possibilità di crescere e prosperare se rinuncia a rimanere chiuso nei confini locali e nazionali. Da questo salto culturale può trarre nuova linfa.
Esiste poi un “ceto medio” più tradizionalmente legato a ruoli di presidio, di catena di trasmissione del potere (insegnanti, magistrati, militari, funzionari pubblici, politici locali), che per alcuni decenni è stato replicato anche nell’organizzazione produttiva. Oggi è in via di scomparsa nell’organizzazione privata e tende ad arroccarsi nel pubblico. Ma anche qui, prima cambia e prende la via di una crescita culturale e maggiori sono le possibilità che sopravviva alla globalizzazione