Tema caldo di questi giorni è la crescita del divario tra i più ricchi e tutti gli altri. I dati ci dicono che c’è stato globalmente un crollo dei redditi medi dei ceti medi e bassi e un aumento di quelli, pochi, alti e anche che chi guadagna e possiede di più non è aumentato per numero ma solo per entità del guadagno, mentre gli altri hanno perso. In Italia questo è avvenuto ancora di più a tutto danno di chi non è ricco (ma chi sono i ricchi in Italia?), soprattutto negli ultimi 10 anni dei lavoratori dipendenti.

Ora il problema è complesso, la causa principale è per tanti rintracciabile nella globalizzazione che ha veramente messo in concorrenza tra loro, senza se e senza ma (non valgono più distanze, monete ecc.), tantissimi paesi, quelli più avanzati e quelli che stanno avanzando velocemente (Bric, Brics ecc.). Una concorrenza sui costi, che ha portato alle ben note delocalizzazioni, ma ormai anche su tecnologia, innovazione ecc. perché i Brics e non solo anche in questo sono forti. Il tutto senza considerare che è nei Brics che sta il futuro in termini di mercato, miliardi di consumatori che stanno neanche più tanto piano piano elevando il loro reddito ecc. diventando in minima parte (ma là sono centinaia di milioni) ricchi e molti di più classe media.

Il paradosso è che da noi la classe media non c’è più, o meglio c’è ma a livelli di reddito e vita si è notevolmente spostata in basso.

Per farla breve cosa fare? In Usa il dibattito è caldo  e c’è chi dice come Friedman che la classe media deve aumentare conoscenze e non solo per produrre valore aggiunto e non combattere solo sul costo e chi non è d’accordo. Ma soprattutto se la classe media occidentale deve fare questo up grade e quella dei paesi in via di sviluppo è in fase di creazione non rischiamo di passare dalla lotta tra ricchi e poveri a quella della classe media al di là e al di qua della ormai inesistente linea di demarcazione tra chi è avanzato e chi si sta sviluppando? E allora?