Si parla tanto e a ragione da alcuni anni, ma soprattutto negli ultimi giorni, dei precari, cioè di quei lavoratori che per lungo tempo operano con contratti di collaborazione a termine senza mai addivenire ad una forma contrattuale più stabile e/o comunque più consona al lavoro che fanno realmente. Spesso dietro a un “precario” si nasconde un lavoratore che svolge continuamente e per quel solo datore di lavoro quello specifico incarico e quindi è solo un modo per mascherare un rapporto di lavoro dipendente a tempo determinato o indeterminato che dir si voglia.

Partendo dal fatto che i dirigenti sono loro stessi dei “precari”, nel senso che sono sempre e comunque licenziabili, cerchiamo di capire come i manager vivono e vedono questo fenomeno.

In altre parole, oggi ci si riempie tanto la bocca di termini e concetti quali wellness in azienda, best place to work, trattenere i talenti, motivare e far crescere i lavoratori, farli sentire parte di un progetto comune… Insomma, il precariato, è spesso un condizione anomala e contraria a quanto avviene in realtà, che vede un lavoratore vivere perennemente nell’insicurezza, vedendosi negata spesso sia la condizione di lavoratore dipendente, quale spesso è nei fatti, che quella di risorsa parte di un progetto più ampio alla quale offrire formazione e sviluppo professionale in cambio di performance, risultati e fedeltà (eh sì, quando i lavoratori sono parte di un progetto a medio-lungo termine sono le aziende che negano il precariato, chiedendo e cercando “fedeltà”).

Bene, questo precariato è per tanti e forse tutti i manager la peggiore condizione nella quale tenere o trattenere dei collaboratori. Perché è poco utile ai progetti aziendali e quasi sempre controproducente. Quindi, salvo limitatissimi casi dove la condizione di collaborazione e di discontinuità sono imposte dalla natura del lavoro da svolgere, i manager aborrono il precariato. O no?