Si parla tanto e a ragione da alcuni anni, ma soprattutto negli ultimi giorni, dei precari, cioè di quei lavoratori che per lungo tempo operano con contratti di collaborazione a termine senza mai addivenire ad una forma contrattuale più stabile e/o comunque più consona al lavoro che fanno realmente. Spesso dietro a un “precario” si nasconde un lavoratore che svolge continuamente e per quel solo datore di lavoro quello specifico incarico e quindi è solo un modo per mascherare un rapporto di lavoro dipendente a tempo determinato o indeterminato che dir si voglia.
Partendo dal fatto che i dirigenti sono loro stessi dei “precari”, nel senso che sono sempre e comunque licenziabili, cerchiamo di capire come i manager vivono e vedono questo fenomeno.
In altre parole, oggi ci si riempie tanto la bocca di termini e concetti quali wellness in azienda, best place to work, trattenere i talenti, motivare e far crescere i lavoratori, farli sentire parte di un progetto comune… Insomma, il precariato, è spesso un condizione anomala e contraria a quanto avviene in realtà, che vede un lavoratore vivere perennemente nell’insicurezza, vedendosi negata spesso sia la condizione di lavoratore dipendente, quale spesso è nei fatti, che quella di risorsa parte di un progetto più ampio alla quale offrire formazione e sviluppo professionale in cambio di performance, risultati e fedeltà (eh sì, quando i lavoratori sono parte di un progetto a medio-lungo termine sono le aziende che negano il precariato, chiedendo e cercando “fedeltà”).
Bene, questo precariato è per tanti e forse tutti i manager la peggiore condizione nella quale tenere o trattenere dei collaboratori. Perché è poco utile ai progetti aziendali e quasi sempre controproducente. Quindi, salvo limitatissimi casi dove la condizione di collaborazione e di discontinuità sono imposte dalla natura del lavoro da svolgere, i manager aborrono il precariato. O no?






Il precariato è un problema per tutti. E’ un problema per i più giovani che non hanno altra possbilità di entrare nel mondo del lavoro se non con contratti a termine e che vivono in azienda e fuori dall’azienda in una condizione poco stimolante, per i meno giovani che, nel ricollocarsi, si ritrovano con questi contratti dopo aver lavorato a lungo con un contratto a tempo indeterminato. Ma certamente è un problema per l’organizzazione dell’azienda che, da una parte beneficia dei minori costi di una co.co.pro o altro, ma al tempo stesso deve fare i conti con l’impossibilità di programmare a medio lungo termine e con la presenza di una forza lavoro molto spesso demotivata. Senza parlare di quel sentimento negativo che si sviluppa tra il collaboratore e il management e che ha forti riflessi sulla produttività.
20 giugno 2011 alle 15:00Ciò detto, fin quando la regolamentazione sarà questa, il sistema continuerà ad essere questo. E non si può neanche generalizzare, perchè ci sono casi in cui un manager non ha altra via di scelta che affidarsi alle collaborazioni, e altre situazioni in cui si rende “corresponsabile” di scelte che non favoriscono la stabilizzazione. E in questi ultimi casi è lo stesso manager a darsi la zappa sui piedi…
Sono d’accordo su tutto,in particolare quando affermi che i contratti di collaborazione sono un modo per mascherare un rapporto di lavoro dipendente a tempo determinato o indeterminato che dir si voglia. Ormai questa è una realtà presente in tantissime aziende, anche di alto livello, ed è sicuramente il modo peggiore per motivare i propri collaboratori. Spesso, anzi, è controproducente, innescando dei veri e propri casi in cui il collaboratore, a causa della demotivazione, arriva a giocare contro l’azienda stessa per cui lavora. Non di rado accade, poi, che lo stesso collaboratore venga fermato venti giorni o un mese per evitare che vi sia durante l’anno un rapporto continuato e lo stesso possa fare causa all’azienda. Passato il mese di stop il medesimo collaboratore viene poi ripreso con lo stesso tipo di contratto, causandogli non poche difficoltà a livello economico durante il mese nel quale viene lasciato fuori.
20 giugno 2011 alle 15:22I manager sono sempre un po’ precari, perché non sono inamovibili, né avrebbe senso che lo fossero. I contratti dei dirigenti prevedono però una serie di tutele e di indennizzi che limitano notevolmente gli abusi da parte delle aziende. D’altra parte non è forse giusto che chi sceglie di cambiare paghi un prezzo? Ma il manager sa anche che la sua vera garanzia è rappresentata dal possedere professionalità richieste dal mercato.
20 giugno 2011 alle 15:39Il modello concettuale potrebbe essere applicato anche agli altri dipendenti. Il lavoro perennemente temporaneo non fa bene né al lavoratore, né all’azienda
Si noi manager siamo precari, nel senso che siamo sempre licenziabili perché non abbiamo performato bene o piu’ facilmente non andiamo più’ bene al capo (imprenditore o top manager) di turno.
20 giugno 2011 alle 23:01Per quanto riguarda i precari io, salvo casi consoni alla necessita’ di limitati periodi di tempo, li aborro. Precarizzando i collaboratori si danneggiano loro, ma ancor più l’azienda. E’ con il dovuto rispetto come fare un figlio con una persona con la quale si ha una relazione saltuaria, non chiara e soggetta a facile rottura. Il figlio (lavoro) ne soffre e la famiglia (famiglia del lavoratore e lavoratore stesso e la famiglia azienda) non riesce a consolidassi e a costruire un futuro. Insomma, lavorare con i precari e’ dannoso e poco profittevole. Quindi vanno eliminatibdove non strettamente necessari.
Un inciso prima del vero commento: io non credo che i manager siano dei precari. Hanno obiettivi che devono raggingere e sono responsabili di questo, fino in effetti a pagarne le conseguenze peggiori. Tuttavia questo non è precariato dal mio punto di vista: è lavorare per progetti, di breve o lungo periodo che gli azionisti vogliano. Precari invece sono i lavoratori che lavorano a termine, ovvero il progetto del loro impiego ha già in sé inizio e fine, semmai la fine potra essere prorogata. La differenza quindi è fondamentale: lavorare per obiettivi all’interno di un progetto o lavorare per la durata- breve – di un progetto.
Per questi motivi io personalmente ammetto l’opportunità del precariato, ma solo se inteso in questi termini: fare contratti a termine per dare risorse all’azienda su un progetto a termine. Se poi la persona che beneficia del contratto a termine è in quel momento disoccupata, beh anora meglio no? Aborro invece l’impiego di risorse a tempo determinato per progetti di lungo periodo, senza termine prestabilito in partenza. Allo stesso modo non mi riconosco in chi non rischia inserendo risorse stabili in azienda, solo per la paura delle fluttuazioni del mercato.
Probabilmente in questi casi è lo stesso manager che non è confidente dei propri piani di sviluppo o visioni strategiche, oopure non ne ha proprio: ha piccoli progetti a termine lui stesso?
20 giugno 2011 alle 23:39in un mercato del lavoro come il nostro credo l’utilizzo dei precari sia un mezzo di gestire
22 giugno 2011 alle 17:20risorse umane dal quale non si possa fare a meno.
credo che la maggior parte dei colleghi, che a loro piaccia o no , si trovino nella condizione di dovere farne uso nelle loro aziende-
Anche i dirigenti sono possibili precari dal momento che, ormai possono essere ” affittati”
anche per solo per qualche ora o per qualche giorno, per presidiare attività tipicamente diregenziali ,confacenti con le loro competenze.
I colleghi ” disponibili ” sono in aumento e le agenzie specializzate in questo settore sono in grande sviluppo
il problema quindi non è se sia possibile eliminare il precariato, si dovrebbe invece cercare di regolamentarlo meglio a cominciare dal suo costo.
Infatti siamo gli unici al mondo ove il lavoro a tempo determinato costa meno di quello a tempo
indeterminato.
Documento comune del 4/8/2011 – Dirigenti Privati e Pubblici incontrano il Governo e Parti Sociali
5 agosto 2011 alle 09:28I dolcumento presentato da Cida – Confedir Mit è cosa ormai nota a tutti, ripresenta tutto ciò che la ns. Italia produttiva ha bisogno e che il Governo non pone rimedi, forse a questo punto non riconosce la cattiva immagine che hanno prodotto all’estero, sono ancorati ai propri incarichi senza percepire che i loro modo di governare hanno peggiorato e danneggiato la ns. Nazione, che già aveva seri problemi con il debito pubblico, l’inefficienza, stiamo assistendo a quella favola del….. ma “il Re è nudo” – ci continuavano a venderci notizie del tipo i ns. conti sono a posto, questo Governo, dati riportati da un quotidiano recentemente, il debito pubblico è cresciuto di ben 500 MLD – da sempe non vogliono toccare l’evasione fiscale senza mettere mano a questo non possiamo sperare a miglioramenti, ritengo un Governo non all’altezza dei compiti ai quali sono preposti per risolverli, basta vedere la bassa capacità manageriale dei ns. Onorevoli, se fossero Dirigenti d’Azienda sarebbeo da tempo licenziati