Oggi l’italianità delle imprese è un tema caldo. Certo, il più recente è il caso Parmalat, dove pare che nessun imprenditore o gruppo di questi sia stato capace di pensare e realizzare un progetto strategico capace di aggregare più marchi per fare un gruppo più dimensionato e in grado di competere sui mercati globali (lo stavano pensando tardi e altri li hanno preceduti).

Prima ancora c’è stato il caso Bulgari, acquisita da LVMH, dopo inutili tentativi da parte dell’AD Trapani di trovare un partnership nella penisola.
Insomma, proprio nei pochi settori dove abbiamo “gioiellini” (lusso e moda, alimentare ecc.) stiamo perdendo pezzi.


Il dibattito è aperto e ha varie sfaccettature: dobbiamo difendere l’italianità con la capacità di fare gruppo e avere strategie vincenti, dobbiamo avere un aiutino dalle leggi o dobbiamo lasciare che il mercato agisca liberamente?
Alcuni dati paiono dire che non è che siamo così invasi, anzi l’investimento in Italia pare minore di quello in altri  paesi proprio per la nostra incapacità di attrarlo.

Insomma, dobbiamo difenderci? E come? Dobbiamo essere capaci di coagulare capitali e idee di imprenditori e banche nazionali (ma ne siamo capaci?) o dobbiamo lasciare che il mercato faccia il suo corso?

Certo che alla fine pare di capire che salvo rarissime eccezioni (ad esempio Autogrill o Luxottica) da noi si viene a “rapinare” (la Parmalat ha un buon business e un sacco di soldi in pancia) quel poco di eccellente che c’è e noi non siamo capaci di andare all’estero. Non è forse ora di mostrare gli “attributi” (idee, strategie, investimenti) se ce li abbiamo?