Come ci diciamo spesso, l’Italia non è un paese per giovani. A ulteriore riprova l’esperienza di tre ragazzi con buone idee di business che dopo vani tentativi di farsi finanziare in Italia sono andati negli Usa, dove hanno trovato ascolto e soprattutto soldi per le loro buone idee.
Colpisce nell’articolo l’ambiente d’oltre oceano: niente pregiudizi, lunghe attese, formalità ecc. perché sconosciuti e non figli di o amici di. Ma concretezza, accoglienza, ascolto e, a fronte della bontà delle idee, un veloce sostegno e finanziamento.
Insomma, se poi gli Usa hanno non una marcia, ma molte marce in più di noi, una ragione c’è. E purtroppo ben più d’una!
Tra l’altro questa difficoltà a realizzare le buone idee che abbiamo e che sempre più spesso siamo obbligati ad andare a realizzare all’estero colpisce tutti, non solo i giovani.
Quanti di voi hanno avuto esperienze di questo tipo, in gioventù, ma anche e soprattutto oggi come manager e non ce l’anno fatta? Quanti si sono scontrati con superiori, direttori di banca, manager di finanziarie ecc. che non hanno capito o non hanno voluto neppure cercare di capire la bontà della vostre idee e programmi perché non rientravano negli schemi di “familismo” o di conservazione che guidano le scelte, senza che il merito entri mai in gioco?
E allora che fare? Scappiamo tutti o…







insisto che si dovrebbe essere più “politici” intendendo che l’equilibrio dinamico tra posizioni estreme su l’ argomento come CAPITALE e LAVORO che tocca molto da vicino crisi e struttura sociale ahimé non è stato ancora raggiunto.
a destra
mi auguro che il potere dell’impresa che così chiaramente si manifesta con una visione populistica dei rapporti di lavoro: il capo che decide per tutti: a livello locale, venga contrastato da chi è umiliato da modalità di assunzioni senza merito e da chi perde il lavoro e non “deve” permettersi di discutere errori di gestione manageriale e strategie d’impresa di tipo personalistiche di cui l’Italia è piena ( leasing di barche pagate e mutui per ville al mare pagate con la cassa dell’impresa)
alla sinistra
( dove batte il mio cuore da sempre, da semplice funzionario e da dirigente d’aziende private europee e ora da manager/dirigente sessantenne pensionato/ neo imprenditore)
vorrei chiedere di riconoscere e ricomprendere nella prassi politica il diritto all’utile e al profitto dell’impresa e dell’imprenditore e non lasciare la questione alla “destra” perché non affrontare questo argomento nell’epoca della globalizzazione che significa efficienza e competizione significa condannare la società ad una pericolosissima polarizzazione.
Spero tanto che anche al Lingotto oggi ci sia un manager che legga questa Blog .
cordiali saluti
22 gennaio 2011 alle 10:25Alberto Barucca
Purtroppo la fuga dei talenti dal nostro paese sta assumendo dimensioni importanti. Bisognerebbe porsi interrogativi urgenti. Anche da manager dico che le aziende dovrebbero essere più aperte e ricettive, con il coraggio di investire sulle idee più innovative di chi sta per entrare nel mercato del lavoro. Per quanto mi riguarda, quando faccio i colloqui ai giovani candidati chiedo sempre quale contributo nuovo e originale possono dare all’organizzazione.
24 gennaio 2011 alle 11:22in effetti il nostro è un paese troppo ingessato e con i tempi (sempre più rapidi, competittivi ecc.) che corrono, questo non giova, anzi frena.
25 gennaio 2011 alle 17:01è difficile fare troppe cose, aprrire un’impresa, innovare ecc. E non è solo un problema dei giovani, ma di tutti quelli che hanno buona volontò, comnpetenze, idee.
Ma insomma io da manager, da padre (ma di bimbo giovane) e quindi da giovane dico che dobbiamo lottare. Insomma, boia chi molla ….
Certo condivido il senso il problema non tocca solo i giovani ma tutti noi. Tutti quelli che hanno voglia, idee, ma non mezzi x giocare la partita. Ma di mollare e n dare all’estero non se ne parla. Ciao
26 gennaio 2011 alle 21:14