Sulla crisi si alternano segnali contradditori. Le dichiarazioni dell’ultima ora di Obama, quelle dei nostri politici e del goverantore di Bankitalia, piuttosto che gli scenari degli istituti di ricerca più o meno autorevoli vengono commentati sui media con toni ora ottimistici ora scettici. Intanto noi viviamo sulla nostra pelle le difficoltà profonde all’interno delle aziende, con le inevitabili ripercussioni in termini occupazionali.
Cosa pensate della ripresa da tutti annunciata? Siamo dunque usciti dal tunnel, oppure i prossimi mesi saranno contraddistinti ancora da tagli e misure draconiane per fronteggiare il crollo dei fatturati e l’instabilità dei mercati?
Ci piacerebbe avere il vostro punto di vista, convinti come siamo che i manager abbiano spesso il polso della realtà molto più di chi ci governa. A voi la parola.


Le crisi economiche della storia, da quella dei tulipani di oltre trecento anni fa alla Grande Depressione del 1929, hanno avuto una caratteristica: sono terminate quando è parso a loro e non quando hanno voluto gli economisti, le banche centrali e men che meno i politici. La realtà ci dice che al raffreddamento della crisi ed al ritorno alla normalità contrinuiscono variabili che, essendo numerosissime e non tutte ipotizzabili, rendono praticamente impossibile la pianificazione dei tempi di soluzione del problema. A posteriori possiamo dire che una crisi è terminata quando si è tornati alle condizioni sociali ed economiche del giorno precedente il suo inzio. Se teniamo conto di questo aspetto, la crisi scoppiata nel 2008 è ancora viva e vitale soprattutto nel nostro paese perché siamo ancora lontanissimi dalla condizione del giorno precedente il suo inizio. Oggi possiamo limitarci ad affermare che l’andamento economico e occupazionale italiano pare (ripeto, “pare”) meno peggio di ieri, ma da questo a essere tornati alla normalità ce ne corre: essere passati dalla febbre a 40° alla febbre a 39° non sifnifica essere sfebbrati. Le crisi hanno la pelle dura: le quotazioni di borsa del giorno precedente la crisi del 1929 sono state di nuovo raggiunte dopo oltre 25 anni. Di più: la storia insegna che ogni crisi economica iniziata negli Stati Uniti è stata risolta da una guerra… Oggi è dura, i nostri amici d’oltreoceano sono già impegnati in Afghanistan e imbarcarsi in una nuova avventura bellica dovrebbe essere impossibile, ma non si sa mai. Quanto alla nostra Italietta, faremmo bene a non essere troppo ottimisti il nostro paese dal punto di vista industriale da lungo tempo è di gracile e debole costituzione: con aziende sempre sotto capitalizzate (“Azienda povera – padrone ricco”), siamo stati gli unici al mondo capaci di fare innovazione senza ricerca, e ne siamo pure andati fieri. Inoltre l’Italia è cronicamente afflitta da malattie croniche e le difese iummunitarie in questi casi sono facilmente aggirabili dai peggiori batteri, e da noi ce ne sono più che altrove. Oggi sappiamo solo che abbiamo in scadenza migliaia e migliaia di cassintegrati e non si sa che fine faranno quando saranno finiti in mezzo alla strada, so anche che i conti dello Stato sono perennemente sul ciglio del burrone, so che la disoccupazione giovanile è prossima al 30% e che buona parte delle strutture periferiche dello Stato se fossero delle imprese private sarebbero fallite da un pezzo, e non faccio nomi per non perdere tempo. Con queste premesse, invitare gli italiani all’ottimismo sarebbe da imbonitori incoscienti: per fare un Bancomat l’ottimismo e il PIN non bastano, ci vogliono anche si soldi sul conto. Quanto alla politica, che fare? Guardarla come se fosse un film. Mi pare che da qualche tempo in cartellone ci sia “Oggi le comiche”.
9 settembre 2010 alle 17:54Difficile dare una risposta dal mio punto di vista. Un giorno sento che le porte si sono definitivamente riaperte, un’altro mi confronto con realtà ancora in piena chiusura, paura e crisi.
Quello che però noto è che anche l’apertura e lo sviluppo ha cambiato forma. Mi riferisco al mio caso personale, all’azienda per la quale lavoro, che sta attraversando un momento di fortissimo sviluppo (forse l’innovazione e la creatività pagano ancor più in questi momenti?), ma tale crescita è fatta su binari profondamente differenti da quelli pre-crisi: il business gira e cresce, ma in modo non pianificato, quasi mostrandosi casuale.
Progetti che sembrano attivarsi il giorno dopo si bloccano e rientrano proprio quando li avevi cancellati dal tuo foglio di pianificazione. Grandi lavori che partono con un’insperata fiducia e positività che forse solo gli anni ’80 hanno conosciuto.
Insomma, sviluppo si, crescita si, ma molto diversa, poco pianificata, quasi compulsiva in alcuni casi.
Che la crisi non sia stata un singolo evento ma oramai un flusso permanente e sottostante ad ogni azione e movimento del business?
14 settembre 2010 alle 08:04al di là di valutazioni locali influenzate da dinamiche di mercato isteriche e segnate da una paura a innovare e investire, la realtà italiana mi appare sempre più critica ad ogni viaggio all’estero. sono appena tornato dalla Svezia, paese dal dna essenzialmente e profondamente diverso dal nostro.
14 settembre 2010 alle 15:55Crescita e sostenibilità sono 2 parole che hanno un senso in Scandinavia. qui mi pare molto meno.
ogni volta che ci vado mi pare che il gap culturale aumenti. è come se ci fossimo fermati, incapaci di affrontare il cambiamento.
la resistenza al cambiamento mi pare proprio essere il nucleo delle nostre difficoltà. resistenza che la crisi ha accresciuto anzichè sciogliere.
Sono terminate le manifestazioni acute della crisi, ma come era facilmente prevedibile non è pensabile che si ristabilisca un equilibrio simile alla situazione pre-crisi.
17 settembre 2010 alle 11:09Mi pare che Federico abbia ben descritto la situazione prevalente: d’altra parte si può pianificare lo sviluppo solo da posizioni di leadership o nei mercati con leadership consolidate e stabili, e questa non è la situazione italiana e nemmeno euro-americana.
Sarebbe anche una fase interessante, se non ponesse nubi molto scure sull’occupazione, anche manageriale, in Italia. In molti settori possiamo solo auspicare che il downsizing sia ordinato e graduale
confermo quanto sopra e aggiungo.
17 settembre 2010 alle 12:24La ripresa c’è per alcuni e per altri no. Questo è legato a differenti congiunture dei vari mercatgi e settori, ma poi dal mio osservatorio (consulenza direzionale e strategica a livello globale) vedo che ci sono aziende dello stesso settore che vanno eccome e altre sono al palo.
Perchè? Perchè le prime hanno cavalcato i cambiamenti in atto e di fatto hanno modificato nella stragrande maggioranza dei casi il loro approccio al mercato, ai clienti, hanno cercato nuovi mercati ecc. Ma, tanto per intenderci, hanno fatto cambiamenti rilevanti. Le altre sono ferme al palo perché hanno pensato che aspettasse aspettare la buriana e tutto riprendesse come prima e con le stesse logiche di prima.
E non è così! E quando anche la ripresa dovesse consolidarsi e ampliarsi a tanti o tutti i settori (ammesso che avvenga in tempi brevi), saranno sempre le prime aziende a fare soldi, mentre le seconde resteranno comunque al palo.