Il mondo di internet ha cambiato in modo radicale la comunicazione delle aziende, obbligandole a mettere come mai era stato fatto prima il cliente in prima persona. I manager del marketing sono oggi chiamati a nuove sfide. La prima è far percepire ai vertici le opportunità del social networking. Il Web 2.0 non ha una lunga tradizione, soprattutto nel nostro paese, e se tutti, chi più chi meno, si stanno tuffando nel mare magnum di internet, è fondamentale saperlo navigare. L’entusiasmo è comunque legittimo: gli strumenti oggi a disposizione dalle aziende e dalle organizzazioni erano impensabili fino a dieci anni fa.

Tra i casi presentati ieri al Forum on Enterprise 2.0, ci ha colpito quello della filiale italiana di Citroën: in occasione del lancio della nuova C3, ha deciso di dedicare al social networking una campagna che rispecchia la direzione presa dalle aziende, che prevede il dialogo e il coinvolgimento con il proprio target. Massimo Borio, direttore marketing e relazioni esterne Citroën Italia, ha illustrato il progetto TripSensation.com, una piattaforma che permette di caricare, proporre immagini o testi relativi alle “Sensazione di Viaggio” con la propria macchina. La community ha avuto nei primi 5 mesi dal lancio oltre 15.000 adesioni e il caso ha richiamato l’attenzione della casa madre di Parigi. Filmati, immagini e canzoni riprese in modo virale dai blogger italiani e da social network come Youtube. Ma il web nasconde anche le insidie, va insomma monitorato. Borio ha citato a questo proposito il recente servizio di Striscia la notizia ripreso poi su internet, legato all’errore di una concessionaria per la dotazione di airbag.
Ci piacerebbe conoscere altre storie. Quali iniziative di marketing avete messo in piedi e quali difficoltà avete riscontrato col Web 2.0?

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12 giugno 2010 alle 00:05Di recente ho lavorato su un tema 2.0 molto interessante, ovvero partire proprio dal web 2.0 per comprendere il clima aziendale, il mood dipendente-azienda, il sentiment dei propri dipendenti e gli assi su cui si gioca la relazione con le proprie risorse.
L’ambizione era quella di capire, proprio dall’analisi di questi nuovi territori, spesso liberi e spontanei, un pò di più di quanto si capisce nei corridoi, nelle riunioni, nei processi di ascolto e coinvolgimento delle risorse tramite le usuali tecniche di intervista.
Ne è emerso un mondo ricco, pieno, variegato, stimolante per chi con noi ha letto i post raccolti (e accolti) dalla Rete e per il management che si è interrogato sugli stessi per le azioni da intraprendere, a volte stupendosi di quanto potesse emergere da processi così destrutturati e inusuali.
La Rete è sfogo di insoddisfazioni ma spesso ambito su cui difendere l’appartenenza all’azienda di cui si fa parte; così i dipendenti diventano i nostri migliori alleati o i più acerrimi detrattori di reputazione.
Le dinamiche conversazionali dei forum, per esempio, ci hanno insegnato il peso dell’opinione di un dipendente nel giudizio complessivo che il gruppo si fa al termine della discussione. “io ho lavorato per 10 anni in… e posso dirvi che…” vale molto di più di un qualsiasi leader di opinione con o senza patentino da giornalista nel giudicare un prodotto o una nuova tariffa.
E poi vi sono le aggregazioni di dipendenti, che coinvolgono porzioni impensabili della Rete, su tematiche specifiche della propria azienda. Gruppi su Facebook o blog che nascono per dimostrare e comunicare al mondo 2.0 la loro esistenza e le loro motivazioni, creando un seguito non confinabile da geografia o rapporti di colleganza.
Altro che sit-in o manifestrazioni fuori l’azienda, riprese o meno dalla stampa a seconda dell’inclinazione politica. La risonanza e viralità di questi aspetti è ben più ampia in Rete, dove la gente si aggrega attorno a passioni e energie, condivide gioia e rabbia… dall’uscita dell’Italia dalla coppa del Mondo alla decisione del capo di cambiare la carta igienica del bagno del secondo piano. Sono tutte passioni che in Rete vengono ospitate, cliccate e diffuse.
25 giugno 2010 alle 22:21Mi occupo di marketing nel settore salute, dove l’ entusiamo incondizionato verso i social media ha subito una brusca frenata a casua di una negativa vicenda vissuta da Sanofi Aventis.
In poche parole, la pagina Facebook di Sanofi è stata invasa dalle foto del cranio pelato di una signora americana, sopravvisuta al cancro, che ha denunciato pubblicamente l’ azienda per “non aver comunicato in modo chiaro” il rischio di perdita di capelli dovuto all’ assunzione di un determinato farmaco, commercializzato appunto dalla casa francese.
Qui per l’ intera vicenda…
http://lifemarketing.wordpress.com/2010/03/16/sanofi-aventis-e-la-signora-shirley-quando-i-social-media-sono-un-pericolo/
Questa storia è stata negativa per Sanofi ma positiva per il settore perchè ha messo in luce i pericoli che esistono legati all’ inedita trasparenza dei social media e l’ inedito potere del consumatore, spingendo le aziende a riflessioni sui social media più mature e orientate verso la necessità di definire un piano strategico prima di lanciare qualsiasi iniziativa.
20 luglio 2010 alle 16:55Un piano strategico in grado di ottimizzare le opportunità da una parte e ridurre e gestire il rischio dall’ altra.