Il sito Repubblica degli Stagisti, in collaborazione con l’ente pubblico Isfol, ha promosso un sondaggio sugli stage. I risultati emergono dalla pubblicazione Stagisti allo specchio, uno spaccato con luci e ombre su questo rapporto di lavoro. Se per molti fare uno stage consente di entrare in azienda, per altri si tratta di una forma di sfruttamento (nessuna tutela, retribuzione scarsa o nulla, orari ben oltre la norma).

Lo stage è anche un modo molto pratico e diretto per fare formazione, soprattutto durante gli studi superiori e universitari, anche se gran parte degli stagisti ha aspettative legate all’assunzione, in particolare una volta ottenuta la laurea.
In ogni caso, nessuno può negarlo: attraverso lo stage molti candidati per una posizione possono essere messi alla prova, capire da vicino come funzionano le dinamiche del lavoro e conoscere la mission aziendale. Ci piacerebbe raccogliere qui l’opinione dei manager, coloro insomma che selezionano gli stagisti e si avvalgono della loro collaborazione.
Allora, quali consigli vi sentite di dare? Quali sono le caratteristiche più richieste e gli errori da evitare per far sì che uno stage possa sfociare in un rapporto di lavoro stabile?
Da Studenti.it

regolarmente prendo stagisti nella mia azienda. spesso dopo lo stage è seguito un contratto di apprendistato e poi l’assunzione a t.indet. è per noi un passo obbligato e essenziale a capire se la persona può essere adatta al nostro lavoro (che ha una grande componente matematica, e quindi non piace a tutti…) e che mi permette di fornire la prima formazione per eventualmente proseguire il rapporto su basi più solide. noi retribuiamo lo stage con un adeguato rimborso spese.
24 giugno 2010 alle 15:58la mia esperienza illustra che negli ultimi tempi i candidati si sono fatti estremamente pretenziosi.
l’ultimo, poche settimane fa, mi ha detto “vorrei sapere esattamente cosa farò tra 6 mesi”.
“anch’io” gli ho risposto.
Mi è capitato più volte di prendere degli stagisti sia nell’ Azienda dove attualmente lavoro sia nelle Aziende precedenti.
I neolaureati presentano spesso delle lacune scolastiche anche divertenti ma soprattutto mostrano una scarsa visione del mondo del lavoro ed una scarsa disponibilità a cogliere le reali esigenze aziendali.
Se cerchi un Venditore e lo paghi 50.000 euro l’anno non trovi nessuno disponibile. Se cerchi una Assistente Marketing e proponi uno stage con un rimborso di 500 euro si crea la fila.
Fare la Beauty Consultant, dipendente con retribuzione alta, suona male dopo la brillante Laurea in Comunicazione. La mamma è più contenta se faccio l’Assistente PR con un piccolo rimborso spese…
Sarà comunque la pigrizia o la mancanza di tempo ma io gli stagisti non li amo. Se uno è bravo faccio di tutto per assumerlo ed evitare di investire continuamente in formazione…
24 giugno 2010 alle 16:26in effetti ci sono anche situazioni e aziende, alcune non tutte, dove allo stagista si fanno fare le fotocopie, come si dice stereotipando casi limite. Ma ci sono anche aziende serie e sono la maggioranza, dove basta entrar avendo voglia di imparare e chidendo che ci si adoperi perchè questo avvenga.
D’altro canto lo stagista entra in un nuovo mondo e ci deve entrare in punta di piedi, deve però anche puntare i piedi e pretendere, meritandoselo con curiosità, intelligenza, voglai di fare e imparare, che chi gli sta intorno decida di dedicare parte del suo tempo a insegnargli alcuni importanti aspetti del mondo del lavoro e del lavoro, di quell’area che lui e/o l’azienda decidono lui si muova.
Ma se c’è voglia e buona volontà lo stereotipo delle fotocopie si verifica solo in casi limite. Infatti, se lo stagista fa solo fotocopie o simili è prima di utto un danno per l’azienda che lo ospita.
24 giugno 2010 alle 17:17Quindi, coraggio … e buon stage
Considero lo stage una forma molto importante per avvicinarsi al mondo del lavoro. Penso a mio nipote, che ne ha fatto uno alla Banca Intesa di sei mesi con solo rimborso spese. Dopo questo periodo tuttavia è stato assunto e ora ha ottime prospettive di carriera. Si stringono i denti un poco, si fa vedere quanto si vale e poi l’azienda nella maggioranza dei casi ti tiene se dimostri di essere in gamba. Occorre comunque umiltà e capacità di adattarsi. Se si vuole veramente un lavoro prima o poi lo si ottiene.
24 giugno 2010 alle 17:21Chi vale resta, credetemi, ragazzi. A volte noi manager sembriamo un po’ stronzi, ma siamo solo interessati ad accaparrarci i profili migliori! Un consiglio che non mi stancherò mai ripetere: l’umiltà. Sul lavoro – come nella vita – è molto apprezzata.
25 giugno 2010 alle 00:37Qualche semplice consiglio per lo stagista ideale: fare tante domande e “rompere le scatole” con simpatia,imparando a rispettare i tempi e le scadenze del lavoro. Cercare di assorbire il più possibile i contenuti dell’ attività in cui si è inseriti, si può imparare anche scrivendo mail o facendo fotocopie, proponendo qualche iniziativa o punto di vista personale, senza aver paura di sbagliare! Naturalmente chi inserisce uno stagista deve favorire questi comportamenti e sfruttare gli errori per fare formazione. La pazienza poi è indispensabile da entrambe le parti, oltre alla determinazione nel voler raggiungere l’obiettivo!
25 giugno 2010 alle 12:24Stiamo cercando uno stagista per un inserimento nell’area Marketing proprio in questi giorni. Cerchiamo una persona giovane e dinamica che abbia il coraggio di proporre nuove idee. Umiltà e propensione ad apprendere velocemente le due doti necessarie.
25 giugno 2010 alle 12:56Non sarà facile.
se si dimostrerà valido , apprendistato e poi inserimento definitivo.
Anche in passato abbiamo seguito questa strada e almeno 3-4 nuove assunzioni sono state fatte così.
Premetto che non sono un manager “che prende stagisti” ma un ex stagista. Ho 32 anni.
Dopo la laurea ho svolto diversi stage presso agenzie di stampa, quotidiani nazionali, uffici comunicazione, prima di essere assunto come giornalista e, successivamente, iniziare a lavorare come consulente free lance. Attualmente collaboro con la federazione di Manageritalia occupandomi di comunicazione, ricerca e responsabilità sociale.
Nel mio percorso professionale gli stage sono stati fondamentali. Per vari motivi.
Mi hanno fatto acquisire ed esercitare competenze indispensabili per il lavoro che svolgo, permettendomi di conoscere “da dentro” il funzionamento di settori come il giornalismo, l’editoria, la comunicazione d’impresa; hanno consolidato il retroterra culturale su cui si fonda il mio lavoro e facilitato la costruzione di una agenda/rete socio-professionale.
Soprattutto, sono serviti a comprendere (è un percorso ancora in divenire) cosa mi piace e non mi piace fare, come amo e come detesto lavorare, quali sono le esigenze, quali i punti di forza e le debolezze della mia identità professionale. Insomma, mi hanno fatto capire meglio aspettative, possibilità e prospettive della mia vita rispetto al mondo del lavoro.
Inoltre, alcuni degli stage fatti si sono successivamente trasformati in rapporti di lavoro.
Alla luce di questa esperienza direi che – specialmente in alcuni ambiti – gli stage hanno una funzione preziosa e molteplice, essendo: spesso l’unico modo per mettere in contatto i giovani con il lavoro; un’ottima “palestra formativa”; un buon sistema per consentire alle aziende di selezionare i futuri collaboratori.
D’altra parte, talvolta, mi sembra che gli stage siano usati impropriamente dalle aziende: per impiegare precariamente giovani e disporre di forza lavoro (spesso molto qualificata e motivata) a basso costo e senza impegno.
Sarebbe interessante quantificare quanto vale la forza lavoro degli stagisti in termini di Pil, di produttività di redditività. Capire quanto costa e quanto fanno guadagnare gli stagisti alle aziende.
A volte mi domando: cosa accadrebbe se, un giorno, tutti gli stagisti incrociassero le braccia.
Ci saranno, prima o poi, sindacati di stagisti?
Per affrontare la piaga dello stagismo (detto anche stagite, a indicare la condizione cronica di molti coetanei che non riescono a trovare lavoro e passano da uno stage all’altro) credo vadano ripensate, nel loro insieme, le regole su cui si basa il mondo del lavoro e il welfare, per ora assai penalizzante per le generazioni più giovani. Sarà difficile riuscirci, visto l’egoismo, la miopia e l’autoreferenzialità della gerontocrazia dominante.
25 giugno 2010 alle 13:41Lo stage è in linea di massima positivo. Per tutti . Una delle rare combinazioni win win di questi giorni.
Un volta si chiamavano ragazzi di bottega ed era normale non percepire nulla per imparare un lavoro. Dovrebbe essere ancora così.
Con la vita media si è allungato anche il tempo per diventare operativi nel mondo del lavoro.
Unica nota tirarsene fuorie cambiare al piu presto se qualcuna delle 2 parti vuole manipolare l’altra.
Di solito quella più forte , che è l’azienda.
Il resto dei discorsi sul legiferare ancora per strutturare questi rapporti sono fantaeconomia e non tengono conto di 3 miliardi di persone che premono per competere.
25 giugno 2010 alle 13:59Ritengo che lo strumento dello stage sia molto utile per le aziende a patto che queste lo utilizzino in maniera seria e per gli scopi indicati dalla legge e quindi includendo una formazione vera e non fittizia.
25 giugno 2010 alle 14:05Ho seguito uno stagista come tutor, in passato, e capisco quali siano gli interrogativi che si pongono questi ragazzi, le loro ansie e le loro aspettative.
Tuttavia il mio consiglio per gli stagisti è quello di “proporsi” sempre e comunque, perché se anche lo stage non si trasformerà in una assunzione, in ogni caso costituisce un’utile esperienza di lavoro, che arricchisce non solo il curriculum ma anche se stessi, insegna a misurarsi con gli ambienti di lavoro, chiarisce le idee e seleziona meglio il settore o la tipologia di lavoro più consona.
Ottimo strumento se viene utilizzato da tutti gli attori coinvolti nel rispetto delle regole: ricordiamoci infatti che lo stage è nato per promuovere la giusta alternanza tra periodi di studio e lavoro e può rappresentare un’opportunità formativa e di orientamento e, quindi, un passo fondamentale nella formazione al lavoro.
In questo senso, non deve essere considerato dal giovane neodiplomato o neolaureato una semplice scorciatoia per trovare un lavoro, nè dall’azienda il facile strumento per reclutare manodopera a costo zero per lo svolgimento di mansioni poco qualificate.
Per valorizzare le sue potenzialità credo che siano necessari, invece, necessari un approccio corretto e contesti aziendali e manageriali maturi. Mi spiego meglio: il tirocinio formativo è sempre un rapporto giuridico triangolare tra tirocinante, azienda ospitante e l’ ente promotore; a monte deve essere previsto un progetto formativo, l’individuazione di un tutor aziendale con la responsabilità di affiancare lo stagista durante tutto il periodo- che può durare sino a 12 mesi-, un monitoraggio attento attraverso colloqui intermedi e una relazione finale sull’intera attività. Insomma un’esperienza articolata e un vero e proprio processo aziendale. Ogniqualvolta un’azienda offra un “tirocinio” al di fuori di questa complessa struttura organizzativa, nasconde in realtà forme di sfruttamento che vanno come tali evitate.
Per il resto, in presenza delle condizioni di contesto favorevoli all’apprendimento, penso che valga la pena sia per l’azienda, che può inserire giovani freschi di studio e motivati, sia per i giovani, che hanno bisogno di un bagno di concretezza e umiltà prima di entrare nel vivo della competizione.
25 giugno 2010 alle 20:33Quando operavo in Azienda come Dirigente ho avuto nel corso degli anni la collaborazione di numerosi stagisti. Oggi lo stage dovrebbe essere istituzionalizzato, considerato che il divario tra le abilità richieste dalle Aziende e la preparazione erogata dalle Università si sta sempre più allargando. D’alttra parte, di che stupirsi? Il mondo del lavoro ha avuto una evoluzione naturale, il mondo della scuola no, anzi, semmai ha registrato un regressione nella estensione e profondità delle conoscenze e nell’impegno degli insegnanti, come testimoniato dalle statistiche che hanno visto la prima università del nostro paese passare in cinque anni dalla centesima alla duecentesima posizione nella classifica degli atenei i tutto il mondo. Pertanto, finchè i corpi docenti delle nostre scuole e Università saranno costotuiti da ex sessantottini, da loro ex alunni, da cognati o nipoti di professori e da immarcescibili, immobili e inamovibili baroni incartapecoriti ultra settantenni ben vengano gli stage: saranno l’unico modo per almeno avvicinare i giovani alle reali esigenze del mondo del lavoro. Così facendo, ci eviteremmo – almeno – gli ingegneri meccanici che non sanno cosa sia una brugola (episodio personalmente accertato, ahimé)…
26 giugno 2010 alle 12:03bella discussione! io lavoro nelle risorse umane di una media impresa. spesso contatto gli sportelli stage delle università, soprattutto cattolica e iulm di milano, con l’obiettivo di rinforzare delle aree per progetti specifici. per correttezza chiarisco che lo stage non è finalizzato all’assunzione, anche se in un paio di casi ho assunto i candidati. prevediamo comunque sempre un rimborso spese. anche di fronte a candidati dal profilo eccellente e con ottime performance purtroppo non posso assumere se non c’è l’intenzione della proprietà. di sicuro, però, segnalo e tengo da parte i curricula che giudico interessanti e, se ne vale la pena, li segnalo a qualcuno. per farla breve, lo stage è un modo pratico per conoscere persone e metterle alla prova e il mio consiglio è di dare il massimo in quel periodo, mostrarsi curiosi, flessibili e capire al volo cosa si vuole fare veramente nella vita.
26 giugno 2010 alle 17:09lo stage non dovrebbe mai essere gratuito. Rifiutare sempre gli stage senza rimborso spese… di solito le aziende che li propongono non sono serie! Almeno secondo il mio parere!
5 luglio 2010 alle 22:21durante una breve recente consulenza direzionale , una azienda di logistica e trasporti di Pomezia leader di mercato e a conduzione famigliare, dovendo coprire due postazioni di lavoro interno per via delle ferie estive , ha richiesto di selezionare stagisti preparati nella materia attraverso i corsi realizzati da organizzazioni private con contributi regionali. avendo in mente il contenimento di costi e la limitazioni degli obblighi contrattuali insieme all’opportunità di conoscere giovani brillanti per sostituire nel periodo gli impiegati che si recavano in ferie estive.
11 novembre 2010 alle 15:55Trovo che anche questa sia una opportunità valida e corretta per avviare i giovani al lavoro, a patto che la durata vada ben oltre il periodo di ferie , sia ben stabilita ex ante e permetta la completa formazione per coprire quelle posizioni con competenza ed autonomia per permettergli di arricchire il proprio curriculum.
Trascorso quel periodo lo stagista deve essere pronto per poter essere eventualmente assunto con contratto a tempo determinato, con max un rinnovo e poi obbligatoriamente , salvo crisi conclamata ed ufficializzata presso la camera del lavoro con contratto a tempo indeterminato.
Da alcuni mesi sono in pensione a 59 anni , dopo 40 anni di cui 24 da dirigente nel settore trasporti e turismo e, colgo l’occasione per invitare Manageritalia ( cui sono associato) e i colleghi manager in mobilità a organizzarsi in associazioni professionali per promuovere istituzionalmente una forma di stage eclettico e produttivo legato al mondo dirigenziale.
rivolto alle piccole e medie imprese italiane:
Affiancare un dirigente in mobilità all’imprenditore o al facente funzioni di direttore generale per analizzare con occhio competente ed esterno l’organizzazione aziendale per un periodo breve e certo. L’impresa italiana e tutto il sistema Italia così povero di managerialità ( che significa analisi scientifica e non emozionale come avviene spesso nell’ambito famigliare delle performance e delle potenzialità innovative ) ne avrebbe beneficio e potrebbe richiedere di selezionare la figura professionale dirigenziale da assumere ( che potrebbe non essere lo stesso analista)