Salta, per fortuna, il tetto agli stipendi dei manager di banche e società quotate in borsa che equiparava la loro retribuzione massima a quella dei parlamentari.
Meno male, perché sarebbe stato un anacronistico e populistico vincolo, che in un libero mercato non ha ragion d’essere.
Però, è indubbio che negli ultimi anni e in alcuni settori e casi si è veramente andati oltre ogni limite di decenza e gli esempi sono soprattutto ma non solo oltre oceano. Tutto questo mentre la stragrandissima maggioranza dei manager guadagna buoni stipendi, ma poi in media la retribuzione annua lorda dei dirigenti italiani è di 105mila euro. Tutti se li guadagnano eccome, non hanno bonus in doppia cifra e soprattutto se non raggiungono certi risultati, ma molto più spesso indipendentemente dalle loro performance e capacità, vengono cacciati.

Allora che fare? Basterebbe legare la parte variabile:

  • ai risultati dell’azienda, stando attenti che anche l’ebitda può essere gonfiato da pochi investimenti o da operazioni anomale (si vendono gli immobili e si affittano i locali);
  • soprattutto o solo a quelli sul lungo termine;
  • pagando (quando l’azienda è in borsa, se non c’è in cash) con azioni reali, e non opzioni, da tenere per alcuni anni o comunque sino a quando si resta in azienda.

Che ne dite?