Mi colpisce molto la proliferazione di instant-book, programmi radiofonici, articoli di giornale che riguardano il fenomeno noto come “downshifting” o “semplicità volontaria”: la libera, volontaria e consapevole autoriduzione del salario bilanciata da un minore impegno in termini di ore dedicate alle attività professionali, in maniera tale da godere di maggiore tempo libero (Wikipedia).
È un tema di cui i manager, vittime dello stress, parlano credo da sempre all’ora del caffè o dell’aperitivo, ma finora è sempre stato visto o come una snobistica lamentela o come una scelta molto versatile di pochi individui…
Qualcosa è cambiato, ora si scrivono libri, si popolano i blog, si fa una trasmissione su Radio24: è una moda o un segnale rivelatore che qualche cosa si sta spezzando nel meccanismo?
Secondo me ci sono tre principali elementi che hanno portato questo tema agli onori della comunicazione mediatica:
- la progressiva riduzione del rapporto tra intensità lavorativa e retribuzione reale netta: credo che qualunque manager viva questa sensazione che il rapporto si sia decisamente sbilanciato negli ultimi anni;
- la progressiva eliminazione del confine tra vita privata e vita pubblica (prima era il cellulare, poi il blackberry, poi il social networking…) con una percezione di continua perdita di controllo e potere sul proprio tempo;
- la crisi, e di conseguenza un’esponenziale crescita della difficoltà nell’attività manageriale quotidiana, contemporaneamente a una perdita di reputazione sociale della classe dei manager (per colpa di chi manager non è e dei media, ma questa è un’altra storia).
Ecco vorrei capire dal blog se pensate che questo fenomeno del downshifting sia solo mediatico o una moda o se evidenzi un malessere di fondo reale che porterà a dei reali e significativi cambiamenti di comportamenti nel prossimo futuro.









Io distinguerei il fenomeno in due: il downshifting e il changework
Nel primo caso sicuramente le cause citate da Simone si sono acuite (rapporto reddito/impegno e responsabilità, crisi e maggiori difficoltà conseguenti) o presentate (l’impegno continuo 24 ore su 7 giorni, quello che in USA chiamano 24/7) negli ultimi anni e nella recente e pesantissima crisi.
Però il downshifting, se è voluto e cercato e dettato da una reale volontà di cambiare vita professionale (non fare più il manager o farlo in un contesto meno stressante) e/o personale (vivere con la famiglia e/o soli in provincia, campagna, altra regione ecc.) è frutto di un desiderio castrato per troppo tempo che è riemerso e che ha vinto per un forte disagio sopraggiunto a fronte di quello che si è, si fa e al contesto dove si lavora e vive oggi.
E in questo caso si mette in conto di diminuire tutto o quasi: stress, impegno, competitività, retribuzione. Per aumentare, invece quegli aspetti che ci mancano e vogliamo. Uno può anche andare a fare il manager, ma in una situazione meno stressante, ammesso che ce ne siano!
Il secondo caso, che definisco di changework (cambiare lavoro), è fatto e cercato non per andare a seguire sogni, ma soprattutto per un rigetto verso la professione manageriale. Io ho sentito alcuni amici e colleghi dirmi dopo l’ennesima uscita (magari anche ben pagata, ma non sempre) da un’azienda dovuta all’ennesima ristrutturazione, crisi, nuova gestione ecc. “sono stufo di prendermi rischi, performare bene, ecc. e poi indipendentemente da questo arriva qualcuno o il momento che tutto viene interrotto e annulato di punto in bianco. Non ho voglia di continuare così per altri 20 anni (sono più 40enni che 50enni) e se riesco “metto su” qualcosa di mio, sfrutto le competenze ecc. che ho per farmi gli affari miei. Almeno se sono bravo nessuno mi caccia e continuo a fare il mio lavoro”. Insomma, a loro dire (e non so dargli torto) oggi è più incerto fare il manager che l’imprenditore.
Sia nel primo che nel secondo caso penso vi siano situazioni che partono come subite o spinte da quello che accade al manager, ma soprattutto nel secondo caso oggi il changework è più spintaneo che altro. Anche se i casi che cito sono voluti e cercati, sì a fronte dell’ennesima uscita, ma insomma è stata la goccia che ha fatto traboccare il vaso.
Non so se ho aggiunto valore all’ottimo stimolo di Simone. Ma quello che voglio dire è che sicuramente c’è un aumento del disagio manageriale. E questo non solo e non tanto perché c’è un calo di reputazione ecc., ma penso soprattutto perché farlo è sempre più difficile e complesso e ti spreme e logora molto di più di quanto ti da?
28 gennaio 2010 alle 12:43 pmVoglio essere provocatorio, ma in fondo penso di essere abbastanza realista.
Credo che il fenomeno “downshifting/semplicità volontaria” non sia soltanto un moda enfatizzata dai media ma, invece, rifletta una tendenza emergente, dalle potenzialità rivoluzionarie.
Caratterizzata dal proporre la realizzazione di un nuovo modo di vivere, al di là dello stereotipo dominante ricchezza=felicità, questa tendenza sta iniziando ad affermarsi nell’ambito delle professioni manageriali e intellettuali.
Se venisse seguita da una massa critica di persone (e diffondersi, quindi, oltre la nicchia in cui ancora si trova) genererebbe una vera e propria rivoluzione culturale, con conseguenze sociali ed economiche, a mio avviso, auspicabili.
In un pianeta in cui l’imperativo è lavorare, produrre e consumare sempre di più (perché bisogna a tutti i costi far crescere il Pil), si potrebbe finalmente cambiare passo.
Forse il processo è già iniziato.
Uno dei segnali del cambiamento è (come dice Simone) il superamento dei confini tra lavoro e tempo libero, tra pubblico e privato.
Grazie alle tecnologie, oggi possiamo fare cose inimmaginabili fino a pochi anni fa.
In ogni ambito: informazione e comunicazione, mobilità, apprendimento, medicina, ecc…
Il progresso della tecnica è stato rapidissimo e pervasivo. Sempre più persone, in tutto il mondo, possono accedere a basso costo alle innovazioni.
A questa velocità e diffusione dei mezzi, però, non corrisponde un’altrettanta velocità di affermazione dei fini.
Gli schemi interpretativi e le visioni che ci orientano sono rimaste indietro. Vecchie, obsolete.
Fortunatamente molte autorevoli menti di tutto il mondo – scienziati, artisti, politici, manager, filosofi, economisti (per citarne uno Partha Dasgupta, di sui si parla in quest’articolo http://bit.ly/drCeYI) – esprimono la necessità di cambiare questi schemi, studiando come arrivare a un nuovo modo di concepire la produzione, il lavoro e il consumo e proponendo innovative riflessioni sul rapporto tra gli uomini, la natura e il tempo.
28 gennaio 2010 alle 3:57 pmIl fenomeno del downshifting superficialmente potrebbe anche essere assimilabile a una sorta di trend del momento che ci spinge sotto tutti i punti di vista ad una maggiore cura di noi stessi. Lo vediamo nella sempre più ampia offerta di servizi dedicati alla cura di sé, all’estetica, al benessere, al relax, all’affiorare di corsi che ritaglino spazi per il proprio io, incentivino hobby, sport e così via… Il punto è che non si può trattare di una semplice moda, al pari di “se quest’anno è blu il prossimo sarà giallo” bensì di cambiamenti sociali dettati da vere esigenze personali.
I tre punti ben elencati da Simone sono fondamentali cause di questo cambiamento in atto. Si è tirato troppo la corda… la vita privata va annichilendosi (a causa delle elevate tecnologie che non marcano più la soglia tra lavoro e casa) per non parlare di quando cominciano ad emergere veri e propri problemi di salute: e per che cosa? Ormai nemmeno più per i soldi visto che la crisi ci ha messo in ginocchio… (C’è da dire che c’è sempre quella sana fetta che lo fa per la pura ambizione personale o per il piacere che trae dall’avere potere).
Direi però che questa recessione probabilmente ha dato una bella accelerata al fenomeno del downshifting, aprendo gli occhi a parecchi di noi… e facendogli notare le cose veramente importanti… certo poi fare il salto e “cambiare vita” è altra questione, ci vuol coraggio, ma già il fatto che se ne parli aiuta a rifletterci.
Ultimo punto (un po’ provocatorio): speriamo solo che le giovani leve non crescano un po’ troppo “comode”, nel senso che avendo visto i genitori “spezzarsi la schiena” e non essere mai in famiglia, non preferiscano tenere un basso profilo professionale pur di mantenere uno stile di vita più rilassato. Si passerebbe da un eccesso all’altro, e come sappiamo ci vuole sempre il “giusto mezzo”. Perciò ragazzi forza con le ambizioni, avanti!
2 febbraio 2010 alle 12:25 pmIl concetto “downshifting” come l’ho letto in queste pagine mi fa pensare molto ad un “manager” di stampo anglosassone, con una vita privata ridotta quasi a zero, controbilanciato da un pacchetto retributivo (e di benefit) molto incentivante.
Dalla mia visuale i dirigenti italiano del terziario hanno lo stesso grosse difficoltà a conciliare vita privata e lavoro, ma quasi sempre non possono consolarsi con le medesime soddisfazioni economiche dei colleghi d’oltremare.
Personalmente vedrei di buon occhio uno scambio tra la riduzione del tempo passato in azienda (o in trasferta, comunque lontano dalla “famiglia”) e il raggiungimento di obiettivi condivisi in termini di produttività, riduzione di costi, ecc. .
Eviterei assolutamente di ridurre le retribuzioni e di erodere ancora il tenore di vita di una categoria che complessivamente negli ultimi 8 anni è stata tra le più penalizzate dalla crisi.
Una parte del maggiore tempo a disposizione del dirigente potrebbe essere comunque considerato produttiva per l’azienda (reperibilità, telelavoro, formazione a discrezione del dirigente).
Conoscendo un diffuso modo di intendere il rapporto che lega le aziende ai propri dirigenti, il termine downshifting non si presta a una facile traduzione, ma a equivoci.
5 febbraio 2010 alle 7:32 pmIl dirigente che lo proponesse sarebbe considerato o un doppiolavorista o una persona che inizia ad allentare l’impegno, quasi missionario, che lo lega all’azienda, in ogni caso avrà minori prospettive di carriera rispetto ai colleghi “presenzialisti”, e maggiori probabilità di essere sacrificato nei dolorosi, ma non infrequenti, casi di riduzione di personale direttivo.
Downshifting???? Qualcuno non la pensa così: ROMA – “Non mi scandalizzano gli alti compensi in sé, ma il fatto che quest’anno i bonus dei top manager della Fiat cresceranno di almeno un terzo, mentre contemporaneamente i premi dei dipendenti verranno ridotti del 30-40 per cento, e stiamo parlando di cifre già basse: l’anno scorso si erano attestati in media tra gli 800 e i 900 milioni”. A Giorgio Cremaschi, della segreteria nazionale della Fiom, proprio non va giù la notizia secondo la quale quest’anno, nonostante la crisi e la cassa integrazione, i top manager incasseranno compensi che superano di almeno un terzo quelli dell’anno precedente.
In particolare, all’amministratore delegato Sergio Marchionne, per il fatto di aver raggiunto un utile di gestione di 1,1 miliardi e di aver tenuto l’indebitamento a 4,4 miliardi, è stato assegnato un bonus di 1,343 milioni, che si aggiunge ai 3,347 milioni percepiti per la carica ricoperta nel Gruppo. Luca di Montezemolo incasserà 5,2 milioni, di questi 550.000 euro sono la retribuzione per la presidenza, mentre 4,6 milioni comprendono l’emolumento per la presidenza Ferrari e il raggiungimento dei bonus legati agli obiettivi di bilancio di Maranello. Mentre al vicepresidente John Elkann vanno ’solo’ 631.000 euro. In tutto, per i top manager di prima fascia il monte stipendi è salito dagli 11 milioni del 2008 ai 19 del 2009. Gli aumenti verranno proposti all’assemblea degli azionisti della Fiat in calendario il 26 marzo.
“Per alcuni non c’è il mercato, c’è il miglior socialismo possibile – commenta amareggiato Cremaschi – per i dipendenti ci sono la cassa integrazione e i tagli, e per di più quest’estate avranno il premio ridotto. E’ una situazione identica a quella dei manager bancari, sui quali si sono riversate però molte più critiche”.
21 febbraio 2010 alle 10:21 amcaro Paolo, questo blog non credo sia frequentato da Marchionne o da Montezemolo (che definireri imprenditore più che manager). se conosci Manageritalia sai che un tema caro all’associazione è proprio quella di distinguere tra i manager “comuni mortali” che hanno retribuzioni medie di 100.000 euro lordi all’anno e i pochi top manager milioniari.
dopodichè il tema del downshifting è legato non solo alla difficoltà di avere retribuzioni più elevate ma a attribuire diverse priorità alle scelte di vita che molti manager hanno fatto negli ultimi 10-15 anni della propria esistenza.
22 febbraio 2010 alle 4:48 pm[...] è la parola che va di moda adesso tra i manager, come sostenuto anche da un post di Simone Pizzoglio sul blog Crisi e Sviluppo. Letteralmente significa “riduzione del proprio [...]
23 febbraio 2010 alle 11:24 am[...] rimasto dopo un anno di questa sensazione? Se da un lato vedo un’attenzione al fenomeno del downshifting e quindi dell’abbandono, della rinuncia (anche questo oggetto di un precedente post), [...]
26 aprile 2010 alle 10:00 am