Leggo sul Corriere della Sera del 1 dicembre “L’imperturbabilità del manager” di Edoardo Segantini.
Forse è colpa del cognome, ma pare dispiaciuto che non abbiano “segato” molti più manager nell’anno trascorso, visto che “solo” il 30% (secondo la ricerca di Mannheimer citata nell’articolo) non ha subito ripercussioni sul proprio reddito a causa della crisi e che “ben” 6 su 10 non hanno visto peggiorare la qualità della loro vita aziendale.
Premesso che i sondaggi di Manageritalia su simili argomenti indicano una realtà ancora più critica, mi pare assai discutibile la tesi di fondo: noi saremmo quelli con “stipendi da pilota e garanzie da metalmeccanico”.
Il sottinteso è che l’unica logica premiante in termini retributivi debba essere il rischio: se quando le cose vanno male non si licenzia la maggioranza dei manager (come parrebbe auspicare Segantini) non è indice del fatto che proprio in quei momenti serve una guida sicura e professionale per uscire dalle difficoltà o ridurne gli impatti, è solo frutto di una politica protezionista.
Non serve premiare quindi il merito e la professionalità: come tanti piccoli imprenditori – o meglio speculatori – i manager dovrebbero essere tollerati quando le cose vanno bene ed eliminati nelle fasi di congiuntura negativa.
Forse serve ancora spiegare che il manager non è di norma colui che apporta capitale all’azienda, non ne percepisce i dividendi e gli apprezzamenti di valore, se non in piccola parte: quello in tutta la letteratura si chiama imprenditore. Non è neppur un investitore di Borsa, che vede ridurre il proprio capitale quando le cose vanno male.
E’ vero tuttavia che in Italia (ma non solo) ci sono molti manager “cortigiani”, yesman che obbediscono al principe. Nemmeno io ho stima di questa categoria, ma non sarà il caso di chiamare in causa i “prìncipi” che invece di premiare il merito premiano l’appartenenza?
Segantini alla fine riconosce che forse la maggioranza di noi è capace, corretta, sconosciuta ed esercita la propria autonomia.
Ecco, per esercitare la nostra autonomia abbiamo proprio bisogno di quelle garanzie, tutele e, per quanto possibile, garanzie di una certa stabilità che qualcuno vorrebbe abolire, trasformandoci in un popolo di clientes degli imprenditori.
Credo che di gente che mantiene i nervi saldi in questa fase, potendoselo permettere, ci sia bisogno. Forse chi ha qualche idea chiara è meglio che stia al suo posto, senza particolari pretese di miglioramento economico, certo, ma senza tagli indiscriminati e non giustificati.

manager

PS: a poche pagine di distanza il Corriere tratta il crescente problema dei lavoratori autonomi con ricavi marginali, nessuna tutela, penalizzazioni contributive, ipotizzando qualche forma di regolamentazione e di tutela di questi lavoratori. In questo mondo c’è spreco di talento, di denaro e di tempo, che penalizza i singoli e l’economia del paese. Sono questi “lavoratori autonomi” il modello per i manager? Autonomi o abbandonati e marginalizzati? Invece di lamentare gli “airbag” dei manager, Segantini potrebbe occuparsi di chi è costretto a guidare senza freni e senza assicurazione.