Interessante il dibattito di questi giorni tra sostenitori del posto fisso e della flessibilità. Interessante perché, a mio avviso, potrebbe essere una buona occasione per spiegare agli italiani la professione del manager e il nostro essere, in questi giorni ancor più peculiare e di valore, sempre tra crisi e sviluppo.
Siamo al fianco dei collaboratori – come ha detto ieri il premier – dipendenti, così come siamo al fianco di chi intraprende, rischia e produce ricchezza per sè e per i collaboratori. E si riferiva evidentemente a impiegati e imprenditori. Nel suo trade-off si fa fatica a collocare il manager, non è vero? È dipendente ma intraprende, produce ricchezza per gli altri (collaboratori e imprenditore, direi) ma e’ flessibile per natura e soggetto al rischio.
Qui le dichiarazioni.
È forse il momento di valorizzare la nostra professione, spesso taciuta per il troppo fare quotidiano e magari proporre al sistema italiano proprio la nostra essenza, come via di uscita dalla crisi e inizio dello sviluppo.





Lo stimolo mi suscita alcune riflessioni:
Ma dove sta scritto che solo chi non è dipendente intraprende, rischia e crea valore?
Forse i manager, ma anche tanti loro collaboratori, non intraprendono? (e cos’è allora provare e trovare nuove vie nelle piccole, come nelle grandi cose, cosa fa il manager quando decide e attua nuove strategie, sceglie nuovi mercati e business, stimola e dà corpo all’innovazione ecc?).
Forse il dirigente (che è un lavoratore dipendente, e in più sempre licenziabile) – e comunque il manager – non investe e rischia tutto sé stesso in un progetto, un’azienda ecc? Non è forse vero che, come capita all’imprenditore, se non ha successo la paga personalmente, perdendo i soldi (il reddito) e magari anche le prospettive future?
Forse il manager dipendente non crea valore? Le aziende che creano, mantengono e ampliano il proprio valore hanno sempre una valida gestione manageriale, hanno qualcuno (spesso più di uno) che le guida, che stimola e razionalizza l’innovazione, che risolve i problemi (che sono la linfa vitale del business), che pensa, immagina e coglie nuove vie.
Se non sbaglio quando una finanziaria, un fondo rileva un’azienda, mette a capo il management (vecchio o nuovo) con il quale condivide le strategie e al quale affida la gestione… Insomma, fa impresa e cerca di creare valore senza l’imprenditore, ma con i manager, questi sì che non gli possono mancare.
E poi, le risorse in azienda, tutte, chi più chi meno, non creano valore? Basta chiedere a un manager, a un bravo manager, quanto valgono e quanto creano valore anche i suoi collaboratori e basta vedere perché come quando può li prende con sé nelle nuove avventure e sfide.
Ma allora il manager oggi non è, forse, un imprenditore senza capitale (ma nel management buyout ce lo mettono pure), che però rischia eccome in proprio, mettendoci la professionalità e la faccia? Che ha una forte flessibilità (garantita e regolata dal Contratto) e si assume rischi e non ha nessun’altra garanzia se non la sua professionalità.
Certo, forse il manager e la sua essenza sono all’estremo quello che oggi chiede e vuole il mercato.
Enrico Pedretti
PS. Ma poi siamo sicuri che la lotta sia tra posto fisso e non, siamo sicuri che i giovani ambiscano al posto fisso? Da un’indagine di GPF per AXA MPS pubblicata oggi sul sito di Repubblica parrebbe di no http://www.repubblica.it/2009/09/sezioni/economia/occupazione/indagine-axa/indagine-axa.html.
22 ottobre 2009 alle 13:32Quando lavoravo in una grande società di consulenza il preventivo di commessa teneva conto – ai fini della redditività – del fatto che le persone (tutti dipendenti) fossero assegnate a tempo pieno o part time e soprattutto se fossero allocate per periodi brevi e lunghi. Part time e brevi periodi venivano ricaricati di una percentuale corrispondente al costo di riallocazione della persona.
28 ottobre 2009 alle 00:09Il posto fisso è un valore perchè costa meno al dipendente e di conseguenza alla Società nel suo complesso, che non deve subire il costo degli ammortizzatori sociali o la diminuzione dei consumi legata alla contrazione del reddito.
La flessibilità ha un costo e non è un caso che i dirigenti – flessibili per definizione – siano in qualche modo compensati per i rischi occupazionali che corrono.
Per essere imprenditore occorre “organizzare” risorse proprie e di terzi e molto spesso quelle di terzi sono largamente preponderanti.
In caso di fallimento dell’iniziativa tutti gli stakeholder rischiano, per valori assoluti e relativi spesso più rilevanti del capitale sociale.
In definitiva il rapporto di “dipendenza” è semplicemente una definizione dei rapporti formali, un modello organizzativo, che non impedisce al dirigente di avere ampie deleghe.
E’ giusto che la proprietà dell’azienda abbia l’ultima parola sulle decisioni rilevanti e possa scegliere le persone che guidano l’azienda (inclusi loro stessi).
Le semplificazioni dipendente=posto fisso= nessun rischio e imprenditore=flessibilità=rischio mi paiono invece fuorvianti