Come immagino a molti di voi accade quotidianamente, mi trovo spesso in strada, con la valigetta, ad incontrare aziende per lavoro. Le aziende che incontro sono locali e multinazionali, del largo consumo e durevoli, produttori di beni di primaria necessità come lusso. Non riesco ancora a capire se sia possibile trarre delle linee comuni su come le aziende stiano reagendo alla crisi, ma noto alcune tendenze.
Alcune mi sembrano immobili. Ascoltano con interesse ogni proposta innovativa o semplicemente in grado di dare loro soluzioni, ma poi il seguito alle riunioni e alle proposte è spesso timido. Un po’ per i tagli di budget e di investimento, un po’ per timore nell’immettere elementi nuovi (basta un soffio) e disturbare il labile equilibrio. Nessuno vuole la responsabilità di azioni che fanno paura, quando non si conoscono ancora le cause o le possibili conseguenze di questa crisi.
Altre ciniche, tagliano budget, persone, risorse… il Re Foglio Excel impera e i rossi vanno tagliati immediatamente!
Senza cedere a tali comportamenti estremi, spesso usati come pretesto, altre aziende si fanno più attente, più oculate nel discernere il vero dall’inutile, affidandosi a seri strumenti di controllo e valutazione.
Alcune aziende intraprendono la strada della creatività, reinventando gli strumenti a disposizione o ipotizzando nuove e laterali profittevoli vie di uscita.
Alcune si fanno più modeste, più umili, come se la crisi avesse toccato la loro sfera etica e le avesse condotte a ripensare al modo stesso di operare sul mercato, rispetto alle proprie risorse interne e rispetto al consumatore stesso.
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Federico, sono molto d’accordo con la tua analisi. purtroppo mi sembra che la prima categoria sia quella più importante (vogliamo dire il 60%?).
4 maggio 2009 alle 11:00più o meno uguali le percentuali delle altre 3.
che ne dici, ti sbilanci anche tu su una valorizzazione percentuale?
Federico, quello che dici è vero, e aggiungerei, d’accordo con Simone, che la prima categoria è purtroppo la più nutrita. Tuttavia, per fortuna, ci sono anche realtà che davanti alla crisi riescono a reagire in modo intelligente, ottimizzando le risorse (che non vuol dire tagliandole! semmai mettendole in condizione di rendere per tutte le loro potenzialità) e usando la creatività.
16 giugno 2009 alle 16:33mi sono fatta un’idea, in dieci anni: che spesso la capacità di guardare avanti di un’azienda dipende dalla sua struttura societaria. mi spiego meglio: se a capo di un’azienda c’è “il padrone”, quell’azienda sarà più coraggiosa. perché se il management non è misurato sul breve periodo, e il board ha la possibilità di guardare avanti (magari anche molto avanti), non c’è più motivo di rimanere su posizioni conservative ispirate al “pochi, maledetti e subito”. lo so che può sembrare una contraddizione, ma più ne conosco e più mi rendo conto che per tentare strade nuove, non battute, coraggiose, servono manager liberi “con la testa”, non preoccupati di vedersi mettere alla porta al prossimo quarter. IMHO