Come immagino a molti di voi accade quotidianamente, mi trovo spesso in strada, con la valigetta, ad incontrare aziende per lavoro. Le aziende che incontro sono locali e multinazionali, del largo consumo e durevoli, produttori di beni di primaria necessità come lusso. Non riesco ancora a capire se sia possibile trarre delle linee comuni su come le aziende stiano reagendo alla crisi, ma noto alcune tendenze.

Alcune mi sembrano immobili. Ascoltano con interesse ogni proposta innovativa o semplicemente in grado di dare loro soluzioni, ma poi il seguito alle riunioni e alle proposte è spesso timido. Un po’ per i tagli di budget e di investimento, un po’ per timore nell’immettere elementi nuovi (basta un soffio) e disturbare il labile equilibrio. Nessuno vuole la responsabilità di azioni che fanno paura, quando non si conoscono ancora le cause o le possibili conseguenze di questa crisi.

Altre ciniche, tagliano budget, persone, risorse… il Re Foglio Excel impera e i rossi vanno tagliati immediatamente!

Senza cedere a tali comportamenti estremi, spesso usati come pretesto, altre aziende si fanno più attente, più oculate nel discernere il vero dall’inutile, affidandosi a seri strumenti di controllo e valutazione.

Alcune aziende intraprendono la strada della creatività, reinventando gli strumenti a disposizione o ipotizzando nuove e laterali profittevoli vie di uscita.

Alcune si fanno più modeste, più umili, come se la crisi avesse toccato la loro sfera etica e le avesse condotte a ripensare al modo stesso di operare sul mercato, rispetto alle proprie risorse interne e rispetto al consumatore stesso.

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