Prima o poi arriva,  e oggi finalmente ci siamo.  Annunciato da una Adnkronos del 15 marzo e ribadito il 30 aprile da un news del consiglio dei ministri, Berlusconi ha ritirato fuori dal cestino l’idea di un nuovo Ministero del Turismo, dove era rimasto appallottolato dal voto di 28.528.528 di italiani, cioè l’ 82,30% che avevano votato l’abrogazione in occasione dei  Referendum del 1993. Vi ricordate? Oggi Michela Brambilla giurerà al Quirinale come ministro del turismo.

A distanza di anni da quelle vicende, alle quali incautamente avevo contribuito con il mio voto di protesta, ho maturato sempre di più la convinzione che più che la sola innovazione ICT (addio Olivetti, Italtel, Omnitel e poco altro ) non basta più per risollevare le sorti del Paese e che l’Italian people per sopravvivere in un’economia globale, deve anche eccellere in quello che storicamente gli riesce meglio: l’offerta di beni culturali e paesaggistici, food & wine, product design.

Considero quindi buona la notizia che il governo è intenzionato a dedicare maggiori attenzioni al comparto del Turismo, che vale il 12% del pil e ben il 13% degli occupati in Italia. Sempre che non si riveli nel lungo periodo, la solita furbata da BelPaese, mirata a moltiplicare nuove incarichi e distribuire ricchi emolumenti.

Posso nel frattempo ribadire che più della metà dei viaggi sono riconducibili a missioni e trasferte? Auspico quindi che  Vittoria Michela Brambilla,  citata quale capo del nascente dicastero, dia un segnale di forte attenzione ai ceti produttivi, costituendo per la prima volta un Dipartimento per i Viaggi d’Affari, (light nella struttura) che si occupi di agevolare i milioni di manager, tecnici e sales  nelle loro trasferte e missioni di lavoro in giro per il mondo, rapportandosi con tutti gli attori coinvolti ( aeroporti, unità di crisi, autostrade, ferrovie, ministeri, etc) e magari trasferendo in Italia le best practices degli altri paesi.

 
Redazione a cura di Mario Mazzei