Fino a ieri identificati con i top manager dagli stipendi d’oro e dalle stock options da capogiro,  oggi additati  come causa di ogni male dai dipendenti e usati come capri espiatori dagli azionisti.  Vengono in mente titoli come “Sbatti il mostro in prima pagina” o  personaggi come  il Signor  Malaussène di Pennac.  

I manager non piacciono all’opinione pubblica, il nostro è un  mestiere poco conosciuto e direi ancora scarsamente apprezzato. Per non parlare delle manager, spesso rappresentate come donne in carriera egoiste e del tutto insensibili, pronte a sacrificare la famiglia per il proprio successo.

Luoghi comuni che possono generare un senso di isolamento e  inadeguatezza sociale, perché, alle preoccupazioni sulla  situazione attuale, si unisce la mancanza di considerazione dei sacrifici e delle responsabilità che quotidianamente siamo  chiamati ad affrontare.  Non  rende giustizia a quanti hanno fatto,  con onestà e impegno, una scelta professionale  difficile in un Paese in cui ancora il “merito” non ha il peso che “meriterebbe”.
Da una recente ricerca di Manageritalia risulta che circa il 60% dei manager è preoccupato e oltre la metà ritiene possibile un ritorno del terrorismo.

Sono tempi  non troppo distanti, in cui  siamo vissuti nella paura o,  e non è da meno, nell’incomprensione e nella confusione.

Mi è stato chiesto pochi giorni  da un giornalista  se è vero che  i manager sono spregiudicati. Forse dovevo essere preparata ad una domanda del genere: dalla famosa  frase del film  Wall strett  “Greed is good, greed is right” (l’avidità è buona, l’avidità e giusta), ai recenti  articoli sui super bonus statunitensi, alle  cronache sui  sequestri di manager,  è una concezione che si è andata affermando ed è oggi purtroppo dominante.

Sono rimasta tuttavia  perplessa e ho tardato a rispondere, perché mi tornavano in mente i colleghi che hanno perso il lavoro e sono a spasso, a caccia di nuove opportunità professionali, ancora increduli e storditi, ma con grande dignità professionale.

Non ho parlato di questi colleghi, ma in quel momento ho ritenuto opportuno fare un commento non tanto sull’avidità quanto sull’individualismo dei manager. Perché sono convinta che, nonostante non sia facile parlare di solidarietà nei luoghi di lavoro,  per uscire dall’isolamento e dalla paura  serva  più che mai il ritorno ad una rete di solidarietà, per un management “generoso”,  capace di costruire relazioni positive e  condividere i problemi e le soluzioni.