La crisi in corso sta mettendo sul tappeto tutta una serie di novità che toccano non poco la gestione aziendale e il management.
Da un lato si parla e si stringono accordi dove la partecipazione dei lavoratori, anche nella utraliberista America, è non solo auspicata ma cercata e imposta da situazioni contingenti. Dall’altro i manager – per colpa di pochi sotto i riflettori in negativo e additati, con estrema contentezza dei tanti altri colpevoli e anche più di loro, quali unici colpevoli – sembrano comunque in una fase di profonda riconsiderazione dei loro credo.
A fronte dell’abbandono del profitto subito e a qualsiasi costo, sembrano riprendere spazio la logica del lungo termine, un reale e vero contatto con la società che non sia solo nei convegni sulla corporate social responsabilità ecc.
Questo rinnovamento della cultura aziendale – del quale parlava anche ieri Federico Rampini su Repubblica nel suo pezzo se anche il manager cambia pelle – ci sarà veramente e avrà conseguenze sul management e sui valori che ne ispirano formazione e operatività? E come?
Io dico di sì e ne vorrei parlare anche con voi.
Vi invito anche a leggere A need to reconnect comparso recentemente sul Financial Times.

Sarebbe veramente un’ottima strategia, quella di riprendere un approccio manageriale di medio-lungo periodo, guardando allo sviluppo del business e delle persone sostenibile e vantaggioso per entrambi (aziende e dipendenti).
Bisognerebbe sostenere con interventi ed eventi questa nuovo modo di agire.
Paolo Fedi
20 maggio 2009 alle 10:36E’ certo che il nuovo approccio, lungimirante si diceva una volta, sarebbe oltremodo auspicabile.
20 maggio 2009 alle 12:30Da parte dei manager sì, ma anche da tutti gli altri attori, a cominciare dalla classe politica e da chi ha la proprietà aziendale. Un esempio di visione di lungo termine e di utilizzo al meglio degli asset aziendali ce lo sta offrendo in questi giorni Marchionne. Con grande immaginazione e visione lunga sta cambiando gli equilibri mondiali nel settore auto. Speriamo che il suo esempio a qualcosa serva
Carlo Pellas
E’ un bene che l’attuale tempesta della crisi economica abbia messo in evidenza come sia necessario fare un “ritorno al reale” dopo un periodo all’insegna di eccessi, di avidità, di non regole e non rispetto dell’altro, di esclusivo riferimento all’immediatezza.
20 maggio 2009 alle 12:52Ben venga il ritorno ai concetti di etica e di reposnsabilità, sia individuale che collettiva, per allontare gli alibi che ci inducono ad attribuire sempre la responsabilità ad altri, e concentrare lo sguardo non piu’ sulle prospettive di breve periodo, quelle dei report trimestrali per capirci, ma, finalmente ,su quelle di medio-lungo periodo, cui è legata la continuità delle aziende.
Il Censis a proposito di questa mutazione del Paese ha parlato di “seconda metamorfosi” dopo quella relativa al periodo della ricostruzione post-bellica ; il Presidente Obama recentemente ha definito questi tempi “la stagione dei nuovi inizi”.
Anche se non dobbiamo troppo illuderci sulla rapidità di questa ri-generazione, personalmente credo che solo cambiando pelle e regole, puntando senza remore sul merito e la solidarietà, la classe dirigente saprà aprire un nuovo ciclo economico e culturale .
Quasi tutti sono d’accordo nel ritenere che l’enfasi sui risultati di breve periodo sia una delle cause della crisi.
22 maggio 2009 alle 13:02Vorrei ricordare le ragioni di fondo per le quali è invalsa questa abitudine.
Da quando la remunerazione dell’investimento azionario è stata identificata come composta da due componenti – una annuale (il dividendo) ed una di periodo variabile (il valore dell’azione, preponderante nelle logiche d’investimento) – è divenuto molto importante determinare la “generazione di valore”, ovvero i meccanismi che consentono di ipotizzare redditi futuri, che la Borsa tende ad incorporare anticipatamente.
Ciò ha comportato l’elaborazione di piani e strategie di medio e lungo termine, spesso molto aggressivi in termini di crescita dei ricavi e di aumento dei margini.
Non potendo attendere che si realizzino è necessario leggere nei risultati a breve se i trend previsti si stanno realizzando oppure no ed anche piccoli scostamenti – se proiettati su trend lunghi ed ambiziosi – possono provocare la caduta delle aspettative e quindi del corso azionario.
Il problema sono i piani di crescita troppo ottimistici e troppo proiettati a lungo termine, non le trimestrali.
Le trimestrali sono il dito, i piani la luna
Certo ritorno al reale, sostenibilità, etica, attenzione al contesto ambientale, sociale ecc.
Ma non togliamoci la capacità di innovare e avere visioni come qualcuno paventa leggendo l’articolo a di Massimo Gaggi a pag 8 del corriere di oggi dal titolo Stipendi alti e pochi risultati. America delusa dai grandi manager.
L’articolo accenna alla delusione dell’america per i suoi eroi, per quei ceo che negli ultimi 30 anni sono stati clebrati e osannati per il coraggio, la proprensione al rischio e la capacità di inventare il futuro.
Poi si fa cenno a quali siano i migliori ceo: gli umili e infaticabili costruttori di solide strutture aziendali o i manager visionari e capaci di prendere rischi e inventare il futuro?
Nell’articolo – che continua proponendo pro e contro di quest due modi di fare il manager, pardon il ceo – si conclude poi dicendo che forse i primi, i solidi e compassati gestori dell’esistente, sono i migliori per i settori fortemente regolati dai governi (società elettriche, che eragano servizi pubblici ecc), mentre i secondi, i manager visionari, sono indispensabili nelle imprese dell’alta tecnologia.
Bene io una così schematica e burocratica divisione la contesto in pieno. I manager, qualsiasi sia il settore dove operano, devono avere entrambe queste componenti, o meglio devono garanatire all’azienda che governano una struttura decisionale e managriale in grado di contemplarle entrambe, magari non nella stessa persona, ma nella testa dell’azienda.
26 maggio 2009 alle 09:19Infatti, se non fosse così i settori maturi e regolati sarebbero condannati ad un pacifico tran tran e spesso ad un rapido declino. Insomma, anche le mucche da mungere, devono avere qualcuno che si preoccupi di come assicurare la continuità della vita aziendale, migliorando il prodotto/servizio esistente, cambiandolo e inventando business del tutto nuovi.
Forse non può essere un solo manager a gestire questo. Ma un manger e/o più manager devono, proprio in periodi come questi di forte e rapida obsolescenza dei business, ma soprattutto di forte e rapido mutamento dei bisogni dei consumatori e dei clienti, essere capaci di nutrire l’azienda di innovazione continua per garantire il mantenimento della capacità di creare valore per tutti gli stakeholder.
Anzi per sviluppare e gestire business, qualsiasi essi siano, con estrema attenzione a lungo termine, al sociale, all’ambiente ecc. ce ne vuole eccome di visione. O no?