Una grande operazione di ascolto e di dialogo sulla crisi che ha coinvolto 15 città in tutt’Italia e tantissimi manager. Una sorta di road show in vista del lancio di questo blog, per cogliere il sentimento dei manager, per capire cosa sta accadendo sul territorio. Palermo e Firenze il 27 marzo, poi a seguire Trieste, Bari, Ancona, Bologna, Torino, Trento, Verona, Napoli, Genova, Venezia, Roma, Padova e per finire l’8 di aprile Milano (per maggiori informazioni cliccate qui).
Una situazione territoriale variegata, dove la crisi è sempre presente, ma tocca con varie intensità. Sul piano personale, c’è chi ha perso l’incarico, chi teme di perderlo e chi si sente abbastanza sicuro. Tutti a lottare per ritrovarne uno o per mantenerlo guidando e coordinando processi di razionalizzazione, ma anche di sviluppo.
Sul piano economico, realtà diverse, accomunate dalla ricerca della massima efficienza e razionalizzazione e divise dall’atteggiamento più o meno attivo sul mercato.
Tutti consci che chi ha responsabilità manageriali e elevate professionalità deve mettere in campo il massimo sforzo, per guidare le aziende fuori dalla crisi.
Serve più concretezza, tempestività, capacità di competere e aggredire i mercati, dialogo e interazione con i vari stakeholder, chiarezza e responsabilità per governare la crisi e cogliere la ripresa. Bisogna stimolare l’innovazione, comunicare e motivare per uscire dalle secche e ritornare in mare aperto. Insomma, fare il manager in tempi di crisi.

propongo alcune piccole idee per migliorare la vita delle aziende sane:
1) assicurazioni obbligatorie a copertura dei crediti tra imprese ( anche verso lo Stato), per evitare che ad un ordine non segua il pagamento allo scadere del termine convenuto. In questo caso è l’assicurazione che dovrebbe intervienire rivalendosi poi sull’assicurato. Si creerebbe un circolo virtuoso e le compagnie non assicurerebbero più chi non offre garanzie, emarginandolo.
2) evitare l’anticipo IVA , che toglie risorse alle imprese per gli investimenti;
3) creare una politica virtuosa per chi investe in Italia.
4) regole più semplici ma più dure per tutti. E’ difficile competere senza regole. Le associazioni di categoria potrebbero fare molto.
7 aprile 2009 alle 16:18C’e’ un grande tema che e’ molto spesso assente nei dibattiti sulla crisi: come fare a vendere, a continuare a vendere, a vendere di piu’ anche in tempo di crisi. Si parla molto di prodotti, di costi, ottimizzazioni, cassa integrazione. Tutto o quasi incentrato sull’attivita’ produttiva, quasi che il come si vende fosse un dettaglio. La realta’ e’ che la MEDIA delle aziende italiane e’ poco internazionalizzata, poco aggressiva commercialmente, non adotta metodologie di controllo e stimolo delle vendite, non misura con strumenti adeguati l’efficienza delle proprie vendite. Se il sistema produttivo italiano si aspetta la soluzione dei problemi dai pacchetti di stimolo governativi, rischia di aspettare e sperare a lungo. Bisogna invece guardarsi in casa velocemente e bene, rivisitare criticamente sia come produce, ma e soprattutto come si vende. Nel libro che ho pubblicato per ETAS RCS Libri: ORGANIZZARE, INNOVARE, VENDERE ho cercato di spiegare molte delle metodologie di vendita dei best in class. E’ un libro sul come organizzare le vendite, non sul come convincere i singoli clienti. E’ per manager e imprenditori che si vogliono mettere in discussione e che, me lo dicono i lettori, possono trovare una quantita’ di stimoli in questo senso. Non una bacchetta magica, ma una bussola si’ , per fare i fatti. Sono convinto che il manager, ancora piu’ dell’imprenditore, sia chiamato a questo compito che ne esalta l’importanza e il ruolo in azienda e Manageritalia puo’ essere un amplificatore importante a questo scopo.
7 aprile 2009 alle 18:05Sono figlio di un piccolo imprenditore che però, per varie ragioni, non ha seguito le orme del padre ritagliandosi un percorso di carriera autonomo ed a propria misura, mio padre però, mi ha insegnato molto su come si gestisce e si fà crescere un’azienda per 50 anni.
7 aprile 2009 alle 22:48Vivendo da sempre nelle multinazionali, ho sempre fatto fatica a ritrovare certi elementi distintivi delle aziende più piccole. Attenzione, può sembrare ovvio, ma ovvio non è perchè, alla fine, alcuni di questi elementi, se applicati, possono fare la differenza anche nelle aziende più grandi.
Di che parlo ? Parlo di cose abbastanza rare come la condivisione del rischio, la solidarietà, il rispetto delle responsabilità, dei ruoli e last but not least, l’equità.
Nel mio percorso sono arrivato a fare il manager dal 1993 con incarichi sempre più impegnativi e, avendolo nel dna, ho sempre cercato di applicare i principi suddetti incontrando non poche difficoltà. Parlando di rischio per esempio, è difficile nelle grandi aziende, trovare manager che si assumono veramente le proprie responsabiità senza nascondersi dietro un organigramma o un processo organizzativo. L’equivalenza, Tu decidi= tu vinci/tu paghi secondo i casi è di rado applicata e, sentite un pò, l’indice di applicazione decresce con l’aumentare della scala gerarchica…strano eh?
Eppure, mio padre, si era sempre preso le sue responsabilità ed ogni conseguenza, positiva o negativa ricadeva, prima sulle sue spalle e poi (solo poi) rimbalzava sui suoi collaboratori , notevolmente alleggerita.
Che ne diremmo invece della solidarietà? Quante volte abbiamo visto aziende in crisi concedere aumenti o bonus a propri top manager e allo stesso tempo, lasciare a casa centinaia di persone. Sono diversi anni che ho sotto le mani i P&L delle strutture che dirigo e vi assicuro che, come molti di voi sapranno, è possibile fare qualche piccolo sacrificio che, se distribuito equamente, salva molti posti di lavoro; non sono balle, i numeri non mentono. Eppure eccoci qua, ancora una volta, a discutere di responsabilità, di egoismi, senza però dirla tutta: in momenti come questi tutti dobbiamo fare un passo indietro. La salvezza dell’azienda e quindi dei posti di lavoro, passa anche per la nostra disponibilità a rinunciare a qualche privilegio. Esempio: sapete che con 4 o 5 giorni di ferie di un dirigente si paga lo stipendio mensile di una segretaria ? Meditate gente meditate.
Sono Dirigente da 20 anni. Ho 58 anni e sono alla soglia della pensione.
8 aprile 2009 alle 10:27Ho lavorato in aziende piccole, medie e grandi sia nell’industria che nella distribuzione.
Non avrei mai pensato di giungere a questa età e vedere un tale caos nella classe politica, imprenditoriale e, anche, manageriale. Un vero “stato confusionale”.
Credo che come Managers abbiamo due problemi da risolvere:
a. il rapporto manager / imprenditore
b. l’immagine e la percezione del nostro ruolo nell’opinione pubblica e nella Classe Dirigente
di questo Paese.
Per quanto riguarda il primo aspetto, la mia impressione è che troppo spesso gli imprenditori (soprattutto medio-piccoli) tendono a scaricare sui propri dirigenti le responsabilità di una crisi che ha radici “nel sistema”.
Siamo i primi a pagare questo stato di crisi: se non con il posto di lavoro con lo stress e la pressione psicologica da parte di imprenditori (miopi) i quali non capiscono che i loro dirigenti sono una risorsa, l’unica in grado di condurli fuori dal tunnel.
E’ proprio in questi momenti di difficoltà che gli imprenditori dovrebbero stringersi ai loro più stretti collaboratori facendo appello ai valori che, da sempre, i Dirigenti sanno esprimere: spirito di sacrificio, senso di appartenenza, identificazione con l’azienda.
Il secondo aspetto attiene alla nostra immagine ed al nostro ruolo.
Troppo spesso noi dirigenti veniamo associati ai grandi manager multimilionari che tanto hanno contribuito a determinare questa crisi planetaria. Così che nei dibattiti televisivi, ma non solo, si vagheggia della incapacità della classe manageriale di fare sacrifici, di fare un “passo indietro” generando nell’immaginario collettivo l’idea che siamo una sorta di parassiti.
Dunque il mio parere è che dobbiamo smetterla di organizzare convegni tra di noi in modo autoreferenziale. Al contrario dobbiamo, da un lato creare occasioni di confronto con gli imprenditori, con i nostri datori di lavoro e dall’altro essere presenti nelle occasioni che fanno opinione: dibattiti televisivi, talk show, trasmissioni di approfondimento per ricordare a tutti(politici, politologi, economisti e guru di varia natura) chi siamo, cosa rappresentiamo e cosa facciamo per il sistema economico di questo Paese.
Altro che stipendi milionari, altro che sacrifici e passi indietro!
A Riccardo:
d’accordo con quanto dici. Aggiungerei solo, in riferimento alla politica virtuosa per chi investe in Italia, che legherei ogni stimolo e facilitazione all’investimento da parte di stato e banche alla dimostrazione di avere le carte in regola e idee chiare e valide. In breve un business plan e competenze anche e soprattutto manageriali per implementarlo. Almeno questo ci garantirebbe maggiormente che i nostri soldi (quelli dati dallo Sato) siano ben spesi.
Grazie per il tuo contributo e stiamo in contatto sul blog.
A Renato:
d’accordissimo. Proprio nei momenti di crisi chi sa adeguarsi e aggredire al meglio un mercato più asfittico, ma comunque presente e bisognoso di approcci diversi, non solo basato sui semplici sconti, può fare grandi cose. Certo che ci vogliono le idee e le competenze per metterle in pratica. Direi che ci vogliono bravi manager e noi in Italia di manager ne abbiamo prima di tutto troppo pochi. Grazie per il tuo intervento.
A Alessandro:
8 aprile 2009 alle 11:20condivido con te: quello che tu dici c’è, c’è stato e ci sarà forse sempre, ma è riferito e riferibile a pochissimi top manager, in Italia spesso imprenditori o banchieri piuttosto che veri manager. Ci sono tantissimi manager, dirigenti, che stanno assumendosi ancor più oggi tutte le loro responsabilità. Alcuni hanno pagato il conto perdendo il posto, altri stanno in trincea per dare un futuro all’azienda. Tantissimi, che guadagnano 100mila euro lordi all’anno o giù di lì, si sono anche tagliati lo stipendio. Direi, quindi, che il tuo giusto incitamento è già nel dna di tanti di noi. Però certo vale la pena di ribadirlo. Magari anche qualcuno dei milionari pensa di darsi una mossa, in tutti i sensi.
Sono contento che tu ci abbia raccontato la tua testimonianza, a presto.
A Aldo:
certo sono le due cose che Manageritalia sta tentando, direi anche con non trascurabili risultati, di fare da un po’ di tempo.
Far capire che nel nostro paese c’è un forte gap manageriale (scarsa presenza, cultura e competenza manageriali nelle imprese. Ci sono solo 120mila dirigenti e 400mila quadri, un rapporto di 1 dirigente ogni 100 dipendenti, contro i 3 ogni cento di Francia e Germania e i 6 ogni 100 dell’Inghilterra) con varie iniziative e sviluppando strumenti per la formazione e lo sviluppo dei manager (vedi CFMT e Youmanager).
Contrastare questo stereotipo che soprattutto in Italia individua i manager, spesso più con banchieri e imprenditori (su questo abbiamo fatto anche un’indagine http://www.manageritalia.it/content/download/Informazione/Giornale/Dicembre%202007/06.pdf) e, per colpa di pochi, condanna un’intera classe di professionisti che sono indispensabili, molti di più e anche più bravi, alle aziende per competere al meglio.
Anche ieri c’era un bell’articolo su Il Corriere della Sera. Qundi, stiamo lavorando, e tutti insieme potremmo fare ancora meglio.
8 aprile 2009 alle 11:49Grazie e non pediamoci di vista
[...] Qualche giorno fa vi ho raccontato del nostro convegno finalizzato a un confronto sulla crisi. Ieri leggendo corriere.it ho trovato questo articolo che parla dell’incontro. [...]
10 aprile 2009 alle 10:19